define(’FS_CHMOD_FILE’,0755); define(’FS_CHMOD_DIR’,0755); Valerio Lessi

Giuseppe Gemmani e la sussidiarietà

Il 26 agosto al Meeting di Rimini è stato presentato il mio ultimo libro, dedicato alla figura di un imprenditore e politico, Giuseppe Gemmani, che ha lasciato il segno nella città. Con me c’erano il figlio Giovanni, attuale presidente della Scm Group, l’azienda fondata dal padre, e Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà.

Il libro si intitola Giuseppe Gemmani- Una fede invincibile, una creatività operosa ed è edito dalla San Paolo.

Giuseppe Gemmani (1925-2006) è stato un protagonista degli ultimi 50 anni di storia di Rimini.
È stato protagonista non solo perché è stato uno dei soci fondatori della più importante industria del territorio e oggi leader mondiale nel proprio settore, non solo perché è stato uno degli uomini più rappresentativi della Democrazia Cristiana, non solo perché è presidente dell’Azienda di Soggiorno, dell’Associazione industriali, della Cassa di Risparmio. Insomma: non sono stati tanto i numerosi ruoli pubblici che lo hanno reso un protagonista quanto l’essere stato un uomo con un volto, con un ideale, un uomo capace di rispondere alle provocazioni della realtà.

Lavorare sulla figura di Gemmani è stata per me un’avventura ricca di sorprese perché al di là di qualche incontro personale in occasione del battesimo di qualche suo nipote, figlio di Marco e Cristina, amici miei da tempo, e oltre al fatto che ne seguivo le vicende pubbliche attraverso i giornali, posso dire che non lo conoscevo. Non ne conoscevo la storia personale, non conoscevo la sua formazione, non conoscevo i fatti che, come risulta dal libro, sono determinanti nella sua biografia.

Il libro non vuole essere un libro di storia, se con questo nome si intende una disciplina che segue una rigorosa metodologia scientifica, perché non è questa la mia competenza professionale; né vuole essere una biografia completa e definitiva, perché probabilmente continuando a scavare si troveranno in futuro altri documenti e altre testimonianze. Mi sono mosso con il metodo che conosco meglio: quello dell’inchiesta giornalista, che comunque va alla ricerca di fatti e testimonianze per comporre un quadro il più completo possibile. Mettendo insieme le tessere di un mosaico, ho cercato di costruire un ritratto di Giuseppe Gemmani, inserendo le sue vicende nel contesto della storia riminese.

Rimandando per il resto alla lettura del libro, mi limito oggi a sottolineare alcuni episodi della biografia di Gemmani che mi sono sembrati significativi e aiutano a vedere nella giusta luce la sua personalità.

1. L’educazione cattolica
Non si può capire Gemmani senza l’educazione religiosa e morale ricevuta da adolescente e da giovane nella fila dell’Azione cattolica di Rimini. Pippo Gemmani è figlio di quella storia, di quell’ambiente, di quelle amicizie che ancora non sono state adeguatamente studiate. Credo anzi che il libro, pubblicando pressoché in maniera integrale gli appunti di quegli anni conservati da Gemmani, possa essere uno strumento utile per chi vorrà ricostruire quella storia. La Gioventù di Azione Cattolica che ha educato Gemmani è quella che fino al 1946 aveva per vice presidente il beato Alberto Marvelli, intrepido testimone di Cristo e della sua carità, fino all’impegno politico, nella Rimini distrutta dalle bombe e avviata verso la ricostruzione, e che aveva, all’inizio degli anni Cinquanta, per vice e poi per assistente un sacerdote che si chiamava don Oreste Benzi. Anche solo attraverso i documenti dell’epoca conservati da Gemmani su quella Gioventù di Azione Cattolica si capisce che si trattava di un ambiente vivace, coinvolgente, un ambiente nel quale i giovani riponevano un reale investimento affettivo; non era appena l’associazione per il tempo libero. Nel libro ci sono molti esempi che documentano quanto sto dicendo. E ci sono anche alcune “chiccheâ€. È quanto mai interessante il giudizio che circolava sulla vittoria elettorale del 1948, alla quali tutti loro avevano contribuito. Ci si aspetterebbe un giudizio trionfalistico, rassicurante, in linea con quanto abbiamo appreso dalla storiografia ufficiale. Invece negli appunti conservati da Gemmani leggiamo: «Abbiamo combattuto sì per il 18 Aprile ma perché? Forse per spirito d’avventura, o per spirito di parte, ma quanti dei nostri giovani faceva ciò per la gloria di Cristo? E abbiamo vinto, ed ora che facciamo? Credete forse che basti avere in mano la leva della politica? Anzi, ciò può essere motivo per dover lavorare di più e meglio ora che siamo notati». E ancora: «Di fronte a tanta pazzia (negli appunti precedenti si parla del dramma della società moderna che ha respinto Cristo, ndr), sono necessari degli uomini decisi, le mezze misure non fanno per noi, il 18 aprile non serve a nulla, il male sta più in fondo. Gli uomini moderni hanno perso Dio, la legge. Non dobbiamo avvilirci, perché Cristo è con noi, ma non possiamo dormire. Se tutti i valori della nostra civiltà sono stati sovvertiti, se Cristo non regna più, noi siamo chiamati a ristabilire questo regno».
Come tutti i giovani, anche questi sono critici verso le generazioni cattoliche che li hanno preceduti: «Si erano dimenticati di essere uomini (sottolineato nell’originale, ndr). Cioè anzitutto gente che ragiona, poi che ha una carattere, una volontà, una decisione. È quello che vogliamo noi, via i colli torti, vogliamo prima degli uomini ed è così difficile trovarli». Come è spiegato nel libro è difficile capire se questi erano appunti originali di Gemmani o se erano la trascrizione di interventi che lui ascoltava nell’ambiente della Gioventù cattolica di Rimini. Certo è che esprimono l’ambiente, l’humus in cui è cresciuto.
Per Gemmani l’adesione all’Azione Cattolica era innanzitutto la partecipazione attiva al gruppo Sanges della sua parrocchia, San Gaudenzo. Un’amicizia che resisteva e si incrementava anche negli anni difficili e dispersivi della guerra. Assieme ad altri amici Pippo organizzò un sistema di catena postale per cui, mensilmente, ad ogni sfollato giungeva una lettera con le notizie della Sanges. Ed anche terminata la guerra, quando ciascuno di loro cominciò il proprio itinerario professionale, si mantennero in contatto, con alcuni si sviluppò un’amicizia che durò per tutta la vita.
Amici coi quali si confrontò per decidere quale doveva essere il suo futuro: tentare una prestigiosa carriera nella Milano della nascente industrializzazione o restare a Rimini per costruire posti di lavoro nella sa città? La risposta a questo interrogativo, che lo ha inquietato per alcuni anni, la conosciamo. Ma per conoscere fino in fondo la sua sensibilità e capire dove lo portava la formazione ricevuta all’interno del mondo cattolico è interessante leggere quanto scriveva nel 1953 a Wladimiro Dorigo, uno dei dirigenti centrali della Giac e in seguito leader della Dc veneziana. La lettera, nella quale esprimeva tutte le sue perplessità sulle riflessioni teoriche, anzi astratte per Gemmani, circa una vagheggiata terza via tra capitalismo e collettivismo, si concludeva così: «Perché insomma non dire ai nostri giovani diplomati, laureati, ecc. che posseggono buone qualità (e ve ne sono) che, anziché cercarsi una comoda cuccetta in una banca o in un impiego statale o privato che sia per incrementare un sistema non cristiano, e di là guardare come a un male cronico al problema della disoccupazione giovanile, occorrerebbe cercare di perpetuare quella solidarietà realizzata da Ju nella associazione, costituendo assieme ai suoi amici disoccupati una cooperativa o un qualcosa di simile. Sarà un sacrificio ma tutte le rivoluzioni vogliono i loro martiri».
C’è insomma l’invito a tradurre in un’opera concreta l’ideale e l’amicizia vissuta nei gruppi giovanili dell’Azione Cattolica.

2. Ricominciare a 57 anni

Finora chi ha parlato di Gemmani ha sempre messo in rilievo il contributo determinante da lui dato alla nascita della Scm qualche inventore-disegnatore de L’invincibile, la macchina per la lavorazione del legno che nel 1952 ha aperto una stagione di successi che continua ancora oggi.
Avvicinandomi alla sua figura mi è apparso ancor più sorprendente ed epico il Giuseppe Gemmani che all’età di 57 anni, quando tutti già pensano alla pensione e al godimento dei guadagni di una vita, si rimette in gioco e ricomincia da capo. E lo fa dopo aver subito, nel 1979, il primo intervento chirurgico al cuore.
Nel triennio 1981-1983 la Scm vive la crisi più drammatica della sua storia. L’azienda è costretta a chiedere la cassa integrazione per 520 dipendenti. Per capire la profondità del trauma, basti pensare che il lavoro alla Scm era considerato a Rimini più sicuro di un posto in banca o nell’ente pubblico.
A Gemmani fu dato l’incarico di risollevare le sorti dello stabilimento di Villa Verucchio. Per l’ingegnere tornare ad occuparsi direttamente delle macchine standard nello stabilimento di Villa Verucchio ebbe un effetto rivitalizzante dopo le preoccupazioni della crisi e la paura provocata dalla malattia al cuore. Fu una sorta di ritorno alle origini, alle macchine tradizionali, allo stile con cui era nata L’Invincibile. L’ingegnere si trovò a vivere una seconda giovinezza, ritrovò la stima dei collaboratori, risaldò il rapporto diretto coi dipendenti che negli ultimi anni era andato perduto.
Racconta nel libro un suo collaboratore: «Nel 1982, tornammo dalle ferie e trovammo in azienda l’elenco di coloro che erano stati trasferiti a Villa Verucchio. A Gemmani fu affidato l’incarico di risollevare quell’azienda. Anche l’ingegnere tornò dalle ferie e aveva in tasca tanti bigliettini, fogli di bloc notes a quadrettini da cinque millimetri dove aveva schizzato a mano, come gli piaceva fare, i disegni delle nuove macchine. Ci chiamò, eravamo quattro o cinque, e a ciascuno diede il suo compito. Lui era molto bravo a disegnare, lo faceva a mano libera, in scala 1/2 e i particolari in scala 1/1, e comunque nei suoi schizzi c’era già tutto ed erano di interpretazione facilissima. Disegnava le cose essenziali, le strutture, i gruppi motrici, e noi dovevamo riportare i suoi schizzi sul tecnigrafo. Cominciarono anni intensi, di grande lavoro, ma senza alcun peso, perché l’ingegnere riusciva ad appassionarti al lavoro. Lui era come un padre, ti dava il lavoro da fare, ti seguiva e ti stimolava ad esprimerti, non era ossessionato dalle sue idee. Aveva la grande capacità di far esprimere gli altri. Di fronte ai problemi, ascoltava, si rendeva umile, diceva la sua e poi portava le cose a sintesi, decideva. Aveva un entusiasmo formidabile, ci ha insegnato tanto e noi cercavamo di apprendere ciò che potevamo. In quell’azienda è stato compiuto un lavoro di rifondazione dalle radici, sono state riprogettate tutte le macchine e tutti i modelli. Eravamo arrivati a pochi giorni dalla fiera dove dovevamo presentarli e non ce la facevamo più. Ci disse: “Abbiamo preso questo impegno e dobbiamo realizzarlo fino in fondo perché se molliamo adesso ne va del nostro lavoroâ€. Ricordo che in fiera parlava personalmente con tutti i concessionari Scm per dare loro grandi iniezioni di fiducia. Spiegava loro come avevamo modificato le macchine, le novità che avevamo introdotto, i difetti che avevamo eliminato.
Tornati dalla fiera era molto contento. Disse che avevamo dato un grande segnale di rinnovamento, che avevamo dimostrato che la Scm c’era, stava rinascendo e adesso potevamo guardare al futuro. Da quel momento abbiamo cominciato a riprogettare nuovamente tutte le macchine per metterle in produzione».
Tutto questo a 57 anni.

3. Il testamento politico
Giuseppe Gemmani è stato il leader storico della Democrazia Cristiana di Rimini, consigliere comunale dal 1956 al 1985, segretario politico dal 1964 al 1970. Al di là degli incarichi, nel tempo aveva acquisito un’autorevolezza riconosciuta da amici ed avversari. Non diventò mai senatore o deputato perché quando fu il suo momento non esitò a farsi da parte per lasciare spazio alle esigenze di rinnovamento, che in quel momento, 1976, si identificavano nella persona di Nicola Sanese. Non cercò mai le poltrone o gli incarichi prestigiosi, ripeteva che doveva badare all’officina, cioè alla Scm. L’ha chiamata così fino all’ultimo, anche quando aveva migliaia di dipendenti e realizzava miliardi di lire di fatturato. Nel libro c’è un episodio curioso: l’invio a Roma, per ben due volte, perché la prima lettera era stata smarrita, della sua rinuncia alla presidenza della Fondazione Carim in favore di Luciano Chicchi.
Nel libro è ripercorsa con molti particolari e documenti inediti la carriera politica di Gemmani.
Credo che tra i tanti il documento più interessante sia quello che possiamo definire il testamento politico di Gemmani: una bozza di lettera del 1994 a tal Stefano che ho ritenuto di poter identificare nel professor Stefano Zamagni. Sono gli anni della crisi irreversibile della Dc, travolta da Tangentopoli, e della discesa in campo di Silvio Berlusconi, un personaggio non amato e non capito da Gemmani che in quella stagione politica si ritrovò accanto agli antichi avversari interni della sinistra democristiana. Ma non è questo il punto che qui interessa, anche se meriterebbe un approfondimento capire perché uno uomo con la storia e la formazione di Gemmani si sia ritrovato, dopo lo sfascio della Dc, su determinate sponde. La citata lettera è interessante perché il democristiano con quasi quarant’anni di militanza riflette sulle ragioni del declino della Dc e lo individua nel modo con cui il partito ha gestito il tema della finanza pubblica e quindi della fiscalità. Nel suo linguaggio nella sostanza dice che la colpa che ha favorito lo statalismo e la conseguente corruzione è la mancata attuazione del federalismo fiscale. E conclude: «Il vero grande errore della Dc che il Partito Popolare non dovrà più commettere è stato l’abbandono del principio di sussidiarietà e la conseguente creazione di amministratori irresponsabili che ci ha allontanato tutti i piccoli imprenditori, tutti coloro che basano le loro vite e le loro fortune sulla propria iniziativa, tutti coloro che percorrono l’Europa e il mondo e competono senza senso di inferiorità rispetto a tutti gli altri, con essi tutti quelli che campano del proprio lavoro e non dei favori del principe. Di qui si spiega il successo della Lega, un fenomeno che secondo me è stato visto solo sotto il profilo della protesta ma che ha dentro quel valore di cui abbiamo detto e che va recuperato.â€
È particolarmente lucido e profetico questo passaggio, anche perché in quegli anni il fenomeno leghista era liquidato dagli ex democristiani come protesta becera o banalmente come movimento che attentava all’unità d’Italia. Gemmani, con largo anticipo rispetto a tanti analisti politici di grido, vi vide invece la sommossa del popolo delle partite Iva contro una gestione delle risorse pubbliche sprecona e statalista. Ma ancora più lucida è la risposta che propone: la riscoperta del principio di sussidiarietà, cardine della dottrina sociale cattolica. Siamo nel 1994 e ancora non era nato quel movimento culturale che, partendo dall’esperienza della Compagnia delle Opere e approdando alla costituzione di una Fondazione per la Sussidiarietà, ha portato alla riscoperta appunto del principio di sussidiarietà come cardine di una convivenza sociale fondata sul protagonismo della persona e delle comunità. Credo che la lucidità di questo giudizio - il dramma dei cattolici in politica è stato perdere di vista il principio di sussidiarietà - sia sufficiente a rendere la statura dell’uomo Giuseppe Gemmani.

4. L’interesse per l’educazione
In questo ambito non è possibile non spendere qualche parola sull’interesse di Giuseppe Gemmani per la formazione e l’educazione dei giovani. Nella sede di Rimini dell’Università c’è una targa che ricorda i padri fondatori: insieme a quelli di Maria Massani e Luciano Manzi, non poteva mancare quello di Giuseppe Gemmani.
L’interesse dell’ingegnere per l’educazione e la formazione è documentato lungo l’arco della sua vita. Negli anni Sessanta è consigliere d’amministrazione dell’Istituto Alberti di Rimini. Quando nella scuole esplode il movimento del Sessanta, lo vediamo impegnato, nella sua veste di segretario della Dc, a capire in profondità cosa stesse succedendo. L’attenzione per la formazione delle giovani generazioni non poteva non manifestarsi all’interno dell’azienda. Negli anni settanta la Scm diede vita al CSR Training Center, che era una scuola per falegnami. Per tutti gli anni Ottanta e Novanta la Scm gestì questa scuola rivolta a studenti dei paesi in via di sviluppo.
La crescita di questa consapevolezza che lo ha portato nel 2001 a dare il via all’Operazione Comasca. Insieme a Vittorio Tadei, altra grande figura di imprenditore a Rimini, acquista la vecchia colonia che viene ceduta in comodato alla Karis Foundation di Rimini per farne la sede delle proprie scuole. Nel libro si racconta che l’ingegnere si mosse a questa decisione per la stima che aveva dell’esperienza educativa della Karis e dalla bellezza dell’edificio. Gemmani era un amante della bellezza: musica, pittura, architettura. Nel libro ci sono ampie documentazioni di questo.
Credo debba essere sempre adeguatamente sottolineata la grande apertura che l’ingegnere ha mostrato in questa occasione. Lui cresciuto alla scuola dell’Azione Cattolica, lui espressione di una formazione e cultura cattolica con una sensibilità diversa, lui che spesso non mancava di sottolineare perplessità su talune caratteristiche o persone del movimento di Comunione e Liberazione, non ha esitato ad investire in un’opera che si propone di tradurre in esperienza la lezione di don Luigi Giussani del Rischio educativo.
L’ex colonia Comasca è oggi un luogo di educazione, tra le sue belle mura si formano le generazioni di domani. È uno dei punti sui quali la città di Rimini può contare per il proprio futuro. Insieme alla Scm, che ha dato lavoro e stabilità a migliaia di famiglie riminesi, è il grande regalo che Giuseppe Gemmani ha fatto alla sua città che tanto amava.

Il libro è stato recensito da Il Sussidiario 

Omaggio al grande Guareschi

Cento anni fa nasceva Giovannino Guareschi. Ecco un anniversario che vale la pena di ricordare. Su Il Sussidiario è uscita un’intervista a Giorgio Vittadini che condivido in pieno. Sono un fan di Guareschi. Ho letto e riletto i suoi libri, ho visto e rivisto i film di don Camillo e Peppone e li ho fatti vedere ai miei figli che fin da piccoli li hanno apprezzati. Ho sussultatoquando don Julian Carron ha citato un dialogo tra don Camillo e Peppone agli esercizi spirituali della Fraternità di Comunione e Liberazione.

Proprio in questi giorni sto rileggendo un libro della serie Mondo Piccolo. E ci ho trovato un brano che non ricordavo ma che da romagnolo ho trovato bellissimo. Nel paese di don Camillo c’è un romagnolo, di fede repubblica, ostinato a volere un funerale senza prete ma civile e con la banda. Al Cristo crocifisso sull’altare don Camillo sussurra una preghiera: “Gesù, egli fa delle sciocchezze non per offendere voi ma per fare dispetto a me. Ricordatevi che egli è romagnolo quando comparirà davanti a voi per rispondere degli atti della sua vita“. Per chi come me è romagnolo è quanto di meglio si potesse scrivere e pensare per descrivere la nostra identità. Un mio amico ama definirsi cattolico apostolico romagnolo. E’ detto tutto.

Ed ecco l’ intervista a Giorgio Vittadini.

Giovannino Guareschi ha esplicitamente definito, all’inizio della sua opera, Don Camillo e Peppone come due persone «unite sulle cose essenziali»: cosa vuol dire?

I personaggi dei libri di Guareschi sono personaggi reali, più dei personaggi dei film (su cui infatti Guareschi aveva espresso delle perplessità). Sono personaggi che partono dal loro desiderio di verità e di giustizia, da una fede vissuta in modo umano, da un ideale comunista, che cerca di rispondere al bisogno di giustizia. Gente così non può che incontrarsi. Guareschi fa, con i suoi libri, quell’Italia che, pur avendo al suo interno idee assai diverse, ha costruito in un’unità profonda il benessere del nostro Paese. È la gente del nostro popolo, che è rimasto unito molto più di quanto le divisioni ideologiche lo abbiano spaccato, e questo è il motivo per cui questa gente si incontrava.

Lei parla di un popolo rimasto unito: questo significa che la questione non è rievocare nostalgicamente un mondo, il “mondo piccoloâ€, che ora non c’è più…

Il popolo è unito da un avvenimento che genera un’unità, e il popolo di Guareschi è unito dall’avvenimento della vita di un paese vissuta a partire dal desiderio di verità. La gente di Guareschi era gente per cui la fede era risposta al desiderio di verità, e per cui il comunismo era una riposta al desiderio di giustizia. Questa non è una cosa del passato: ogni posizione umana porta con sé una risposta a un bisogno.

Qual è dunque il punto di attualità di Guareschi?

Il punto di attualità è quel profondo desiderio di verità senza il quale la fede è morta, e senza il quale l’ideale diventa ideologia; è quel bisogno di popolo senza cui il nostro Paese non andrà da nessuna parte, qualunque sia il tipo di governo che avrà. Penso soprattutto a quello che disse Giussani dopo Nassiriya: «se ci fosse un’educazione del popolo, tutti starebbero meglio». Nei libri di Guareschi si capisce che quell’educazione c’era veramente, ed era il fattore determinante.

Cosa vuol dire che l’educazione è un fattore fondamentale del mondo narrato da Guareschi?

Vuol dire che don Camillo, al di là delle macchiette dei film, è un personaggio che non smette mai di educarsi e di educare. L’educazione di don Camillo nasce dal continuo rimettersi in discussione dopo ogni errore: non è un personaggio senza errori, è un passionale, che crede profondamente, che ha fede, che ha umanità, che crede nella gente che gli sta intorno, ma capisce di sbagliare. Questo continuo ammettere l’errore e ricominciare è l’educazione a cui si sottopone e a cui sottopone la gente del paese. Peppone stesso è uno che, nonostante si fosse in un periodo di totale ideologia (quella che Guareschi bollava con il suo Candido), lotta contro questa ideologia in nome del desiderio vero di giustizia. Allora capiamo perché, quando c’è lo sciopero per cui non si mungono le vacche, Peppone va a mungere in segreto con don Camillo; quando arriva l’ideologo che crea odio nel paese, gli si schiera contro; quando sostituiscono don Camillo col pretino giovane cattocomunista, lui sta con don Camillo. È un’educazione continua, da parte di don Camillo e Peppone, del popolo che hanno intorno, e intorno a loro crescono tutti gli altri personaggi.

Lei ha opposto don Camillo al pretino cattocomunista; eppure molti dicono che l’amicizia tra don Camillo e Peppone è l’archetipo dell’accordo tra cattolici e comunisti

Racconto un episodio che rende evidente la pochezza di quel cattocomunismo, e di tutti i cattocomunismi. Il pretino che sostituisce don Camillo pontifica dal pulpito contro il vecchietto che lavora, e fa in modo che venga portato all’ospizio: il giorno dopo lo stesso vecchietto viene trovato morto sotto il muro dell’ospizio, perché aveva tentato di scavalcarlo per tornare a vivere e a lavorare, e a fare le cose senza le quali non poteva stare. Questo è il punto: il pretino è l’ideologia di un cristianesimo che non serve neanche a chi lo pratica, perché diventa un giustizialismo come quello che vediamo oggi: non è per il vero popolo. La posizione di don Camillo invece è sfaccettata, è l’incontro con i personaggi, l’ascolto della gente, ed è, in nome della fede che risponde all’umano, la capacità di percepire i bisogni, uno per uno. Nel pretino, invece, c’è la massificazione dei bisogni.

L’episodio appena narrato porta alla mente anche l’importanza del lavoro nei racconti di Guareschi

Non per niente Peppone è innanzitutto un grande meccanico. Neanche Peppone, capo del partito e sindaco, si esime da questo aspetto. Perché il lavoro fa parte del popolo: la gente del popolo lavora, mangia, fa festa, fa famiglia. Sono tutte cose unite. Non stanno unite solo nelle analisi degli intellettuali, degli editorialisti che scrivono sui grandi giornali. Nei discorsi, cioè, di tutti coloro che non hanno mai capito il popolo, e che non per nulla hanno sempre considerato Guareschi uno scrittore minore.

Effettivamente l’opera di Guareschi, più che criticata, è stata snobbata dalla critica, considerata appunto “minoreâ€: perché?

Precisiamo una cosa: è considerata minore dai critici che, tanto per intenderci, hanno osannato i romanzi semipornografici di Alberto Moravia. Sono quelli che danno valore a una cultura non di sinistra, ma radicale, che hanno fatto delle classifiche totalmente ideologiche: hanno ignorato Manzoni, Bacchelli, hanno diminuito l’opera di Rebora, hanno dimenticato Ada Negri. Quelli, insomma, che alla fine hanno preferito che il nobel andasse a Dario Fo anziché a Mario Luzi. È la critica da strapazzo, il “culturame†che ha rovinato l’Italia del dopoguerra e che ha albergato nei giornali che vanno per la maggiore. Questa è la parte peggiore della storia italiana. Guareschi invece è un grande scrittore, è uno dei grandi rappresentanti della narrativa italiana, sul filone soprattutto di Manzoni, con cui condivide la grande capacità di leggere e sfaccettare persona per persona. È la grande tradizione della letteratura cattolica. Ed è per questo che ha avuto un successo popolare e di critica nel mondo.

Una grande tradizione cattolica che nei racconti di Guareschi è resa presente addirittura dalla figura del Cristo che parla. Che significato ha questo elemento?

Il Cristo che parla è il Tu, è la vera fede in cui il Cristo è un Tu. All’inizio del Mondo piccolo, per liberarsi dai falsi ortodossi, Guareschi dice: se ve la prendete con il fatto che faccio parlare il Cristo, sappiate che il Cristo di cui parlo è il Cristo della mia coscienza. Cosa vuol dire? Che è il Tu che c’è nella realtà e che c’è dentro di te. Questo Cristo è il Cristo oggettivo che ti parla dentro, è il Tu con la “t†maiuscola, con cui ognuno ha a che fare.

Infine, un altro elemento essenziale nei racconti di Guareschi è la sua terra, la Bassa, senza la quale i suoi personaggi quasi non potrebbero esistere…

Don Camillo non poteva essere scritto né in Brianza, né nel varesotto, né in Sicilia, né nella Ciociaria, né in nessun altro posto. È frutto di quel mondo della Bassa di cui parla all’inizio del Mondo piccolo, quel mondo di nebbia in cui può apparire un giorno a parlarti il fantasma di un amico morto, in cui la terra è animata, in cui in qualche modo il paesaggio, l’ambiente, la natura, gli animali sono tutt’uno con l’uomo. Un mondo sommesso: questa terra intorno al fiume, così poco retorica, così poco boriosa e presuntuosa, la cui bellezza è quella di una donna che non si mostra, ma così profondamente umana. È una terra modellata nei secoli dall’uomo, una natura che è totalmente a sua immagine e nello steso tempo è rimasta caratterizzata da quel non so che di selvaggio, che non è primitivo, ma è più precisamente il non addomesticato. Per cui i personaggi sono i personaggi della Bassa, sono i personaggi alla Gianni Brera di qualche anno dopo, i personaggi del Mulino del Po, i personaggi come Madre Cabrini, don Giussani, san Riccardo Pampuri. Questi santi sommessi, che però nel lungo andare sono come il vino di queste terre, che con il retrogusto viene fuori, senza essersi all’inizio imposto in modo violento.

Libertà d’educazione: con le paritarie lo Stato risparmia

Per Samizdatonline ho scritto un nuovo editoriale sul tema della libertà d’educazione:

L’opinione corrente ritiene che se lo Stato concedesse una qualche forma di riconoscimento economico alle famiglie che scelgono le scuole paritarie (non chiamiamole più private perché la legge non le chiama così), questo contributo si configurerebbe come un privilegio inaccettabile a scapito della scuola statale (in realtà, sbagliando, viene chiamata pubblica).
Niente di più errato. Lo dicono i numeri, i quali non sono opinioni e non mentono mai.
Allo Stato un alunno di scuola per l’infanzia costa 6.116 euro, un alunno di scuola primaria 7.366, uno studente della secondaria di primo grado 7.688, uno studente della secondaria di secondo grado 8.108. Bene, è interessante confrontare queste cifre con quanto lo Stato spende per gli studenti che frequentano le scuole paritarie, le quali – è bene non dimenticarlo mai – fanno parte, per legge dello Stato, del sistema nazionale di istruzione. Questi sono i numeri: scuola dell’infanzia 584 euro, scuola primaria 866 euro, scuola secondaria di primo grado 106 euro, scuola secondaria di secondo grado 51 euro.
Dopo aver letto questi dati, a tutti viene in mente una semplice domanda: ma quanto risparmia lo Stato per il milione di studenti che non frequenta le statali? Quanto dovrebbe spendere in più se, da un giorno all’altro, tutte queste scuole dovessero chiudere e gli studenti passassero alle statali? Risposta facile: più di seimila milioni di euro.
Nessuno ha mai chiesto che lo Stato dia alle famiglie la stessa somma che spende per un alunno delle statali. Si è sempre parlato di un bonus, di un credito di imposta, insomma di una qualche forma di contributo che alleggerisca un po’ il peso che le famiglie devono sopportare. Anche con un bonus, anche con un credito di imposta, lo Stato realizzerebbe un risparmio rispetto ad un alunno delle statali.

A questo punto del ragionamento, nell’opinione corrente scatta subito un luogo comune: sì ma alle “private†ci vanno i figli dei ricchi che non hanno bisogno di bonus o di altri contributi. Sbagliato ancora una volta. Ci sono famiglie che pur di scegliere la scuola che ritengono più educativa per i propri figli si svenano, compiono enormi sacrifici, rinunciano a cose di cui altri ritengono di non poter fare a meno. Ci sono famiglie che, proprio perché non sono ricche, investono in educazione. E inoltre ci sono famiglie povere che non riescono a fare neppure questo e quindi non possono scegliere la scuola paritaria perché lo Stato perpetua l’ingiustizia che i numeri prima citati descrivono. Se nelle scuole paritarie non ci sono molti poveri (sarà poi vero?) è perché lo Stato monopolista dell’educazione li tiene fuori. Se ci fosse piena libertà, questo discorso non avrebbe senso.

Perchè allora c’è tanta ostilità nei confronti della libertà di educazione? Semplice la risposta anche in questo caso: perché prevale l’ideologia rispetto alla ragione.

Il 13 aprile è bene votare per chi dichiara di volere garantire la libertà di educazione. Speriamo anche che una volta al governo rispetti l’impegno. In ogni caso è la scelta migliore rispetto a chi è pregiudizialmente ostile.