define(’FS_CHMOD_FILE’,0755); define(’FS_CHMOD_DIR’,0755); Valerio Lessi

La verità su Eluana

Dopo tanto tempo in cui per forza di cose ho trascurato questo mio blog, sento il bisogno di non tacere.

Eluana è morta, Eluana è stata uccisa. Dio l’abbracci per l’eternità ed abbia pietà dell’Italia che vive uno dei momenti più bui della sua storia.
Di fronte alla tragedia di cui tutti siamo stati impotenti testimoni, il primo gesto umano è la preghiera. Ma proprio perchè della nostra umanità l’uso della ragione (così negato in tutta la vicenda) è dimensione fondamentale, non ci si può sottrarre ad un giudizio. La verità nella carità. E la verità – poiché non coincide con il sentimentalismo e il politicamente corretto – può apparire scomoda, se non crudele. La verità nella carità. Altro che il silenzio invocato dai tanti sepolcri imbiancati che hanno contribuito alla fine tragica della vita di Eluana. Questo è il momento di parlare.
La prima operazione di verità è sapere cosa sia esattamente successo  in quella stanza della casa di riposo di Udine. Ci conforta che sia stata disposta l’autopsia, che siano in corso accertamenti. Ma quanti avrebbero voluto Eluana ancora in vita devono vigilare contro i prevedibili tentativi di insabbiamento o di interessato silenzio.
La seconda verità da stabilire è che da chi sia venuto il vulnus alla Costituzione. Non ci riferiamo solo alla questione di chi debba valutare la necessità e l’urgenza di un decreto: uno studente di giurisprudenza al primo anno sa che quanto è stato detto in questi giorni contrasta palesemente con quanto è scritto sul suo manuale. Crediamo che nella Costituzione, spesso trasformata in un feticcio, non ci siano articoli e commi che consentano la morte per fame e sete di una persona umana. Vogliamo dire una cosa vera? Il decreto salva - Eluana avrebbe fatto onore alla Costituzione
italiana.
Tra le tante tragiche sciocchezze udite in questi giorni c’è anche quella secondo cui la politica avrebbe dovuto fare un passo indietro. E di che si deve occupare la politica se non di garantire il diritto alla vita di una persona inerme e indifesa?
Ecco allora che l’operazione di verità impone di riconoscere che per il Pd, erede della tradizione comunista e del cattolicesimo di sinistra, si sta avverando all’ennesima potenza la profezia del filosofo Augusto del Noce: è diventato un partito radicale di massa (a questo punto neanche tanto di massa). Un partito amorale, senza identità, culturalmente subordinato a Pannella e al suo individualismo cinico e arrogante. Questa deriva radicale del Pd è un dramma per la politica italiana.
Purtroppo, tranne qualche lodevole eccezione, anche i cattolici dentro il Pd si sono accodati senza troppi problemi al nichilismo benpensante di Veltroni e soci, con tanti saluti “all’unità sui valori che deve prevalere sulla militanza negli diversi schieramentiâ€.
Colpisce che in costoro non ci sia la minima consapevolezza dell’enormità di quanto è accaduto. Questa vicenda è davvero un crinale decisivo nella storia del nostro Paese: la vita e la morte, la civiltà e la barbarie. Da come si reagirà, fin da oggi, a ciò che è accaduto dipende il futuro dell’Italia. Tra amarezze e sconforti, non mancano le luci di speranza: dalle semplici  suore Misericordine di Lecco ai tanti italiani che hanno partecipato a marce, veglie, rosari, momenti di preghiera in tutta la penisola. L’azione educativa del cristianesimo in molti ha lasciato una traccia. È il punto da cui ripartire.

Dall’orrore ad uno sguardo diverso

Un amico sacerdote, don Roberto Battaglia, mi ha inviato questa riflessione sul caso del barbone Andrea Severi a cui alcuni balordi hanno dato fuoco mentre dormiva sulla sua panchina a Rimini. E’ giudizio che condivido e che aiuta a guardare in un certo modo tanti fatti della cronaca che ci passano davanti.
Mentre alcuni giudici stanno discutendo se far morire di fame e di sete Eluana Englaro, altri uomini tentano di dare una morte ugualmente orribile ad Andrea Rizzo. Una giovane donna ammalata ed incapace di comunicare ed un uomo di pochi anni più vecchio di lei, anche lui isolato dal mondo. Qualcuno ha deciso che la loro vita non vale nulla. Due vicende dolorose e drammatiche, ma è ancor più disperata la condizione di coloro che ritengono queste due esistenze non degne e intendono cancellarle dal proprio orizzonte.  Risulta in questi due casi evidente l’orrore generato da chi ha perso la stima per la persona, la persona in qualsiasi situazione si trovi e dimostra così di non amare più neppure se stesso. Perché è la mancanza di amore verso se stessi, è la prima radice della perdita del rispetto dell’umano che è nell’altro. Un umano, che neppure più si scorge. Non lo si “vede†più.
Da dove si può ripartire? Da uno sguardo che ci ridesti ad un’affezione per la nostra persona, come quello delle suore che vivono con Eluana, come quello di don Oreste dal quale gli amici della Casa di Betlemme hanno imparato a guardare Andrea come un uomo amato da Dio. Suorine come quelle rapite in Kenya o donne come la vedova del Brigadiere Coletta, il cui volto lieto in televisione continua a testimoniare la possibilità del perdono e permette di vivere l’anniversario della strage di Nassiriya nella dolcezza di un abbraccio di misericordia.
Abbiamo bisogno di qualcuno che ci dica: “Hai un valore più grande della tua malattia o della somma di errori e circostanze dolorose che ti hanno condotto a dormire su una panchina o a odiare la tua vita e quella degli altriâ€.
Ce lo hanno testimoniato al Meeting di questo anno, amici come l’ ugandese Vicky raccontando la sua rinascita grazie all’ incontro con Rose (volontaria che condivide l’esistenza dei tanti malati di Aids, tra cui vi era la stessa Vicky) o gli amici della cooperativa Giotto, detenuti nel Carcere di massima sicurezza di Padova ed ora, lì dentro, protagonisti di un’esperienza di libertà che stupisce e interroga.
L’umano rifiorisce da uno sguardo di stima su di sé, a partire dal quale si ricomincia ad amare la propria umanità.
Uno sguardo così lo si riconosce, è inconfondibile, come quello di Cristo: “anche i capelli del vostro capo sono contatiâ€. E’ vero per Eluana, per Andrea, per chi vuole la loro morte, per ognuno di noi.

Ma chi era davvero don Oreste?

Nella serata del 31 ottobre si è tenuto a Rimini l’incontro di presentazione del mio libro Don Oreste Benzi - Un infaticabile apostolo della carità, edito dalla San Paolo. Riporto il testo integrale del mio intervento.

Prima però mi piace citare l’aneddoto inedito raccontato dal cardinale Carlo Caffarra nel pomeriggio all’inugurazione della mostra dedicata al sacerdote. In un colloquo privati al cardinale venne spontaneo rivolgersi a don Oreste con questa espressione: “Lei è un santo!”. Il sacerdote si schermì: “Non dica queste cose, sono solo uno scarabocchio di Dio”.

In una serata, poco più di un mese e mezzo fa, alla parrocchia della Resurrezione, dedicata all’ascolto di alcune testimonianze di don Oreste parroco ed educatore, l’amico Paolo Ramonda aveva proposto una riflessione che voglio riprendere in apertura di questo incontro che prende spunto da un libro e da un video a lui dedicati. Di fronte al continuo sbucare di racconti e di testimonianze su don Oreste che,  come tanti piccoli rivoli, vanno a formare un fiume traboccante, il fiume della sua vita e della sua testimonianza a Cristo, viene da chiedersi, come se in fondo tutti noi non l’avessimo mai davvero conosciuto: ma chi era don Oreste?
Sappiamo, conosciamo che ha lasciato il segno nella vita di tanti, e che anche coloro che poi hanno fatto scelte diverse, conservano il ricordo dell’incontro con lui come uno degli eventi più rilevanti per la loro formazione. Anche i nemici, gli avversari, anche chi non era d’accordo con lui a causa della sua intransigenza sull’aborto o per le sue idee in merito alla lotta alla prostituzione, l’hanno trattato con rispetto, specialmente dopo la sua morte.  Ma chi era don Oreste? Quella sua umanità accogliente che conquistava tutti, quel suo sorriso luminoso che immediatamente richiamava in chi lo incontrava l’esistenza di un altro mondo, di un’altra misura, di un altro sguardo sulle cose, più umano, più vero, quel sorriso e quella umanità da dove sorgevano?
Cosa, o forse è meglio dire Chi,  ha consentito a don Oreste di essere quale lo abbiamo conosciuto? Insomma, poniamo la domanda così come va posta: come il mistero di Dio ha toccato e fatto suo il cuore di don Oreste? Qual è stata l’impronta di Dio in quest’uomo? Perché quanti siamo qui questa sera siamo certi che don Oreste sia un’opera di Dio, che in quell’uomo la presenza del Mistero si sia manifestata in modo evidente, persuasivo, affascinante. E allora sorge il desiderio di capire come quando e perché il mistero di Dio ha voluto manifestarsi in quest’uomo. Sorge il desiderio di conoscere i particolari, anche perché Dio è sempre nei particolari. Credo che questa sia la domanda fondamentale che abbiamo: rintracciare la mano di Dio nella vita di don Oreste per poi poterla seguire. Le opere che da lui sono nate, infaticabile apostolo della carità, secondo l’espressione di Benedetto XVI che ho voluto come sottotitolo del mio libro, sono enormi, grandiose. Il bene che ha seminato nel mondo, nei cinque continenti, incalcolabili. Penso che però saremmo tutti stolti se ci fermassimo a guardare l’albero e i frutti e non cercassimo di cogliere le radici.
Un anno fa scriveva il poeta Davide Rondoni: «Lui si vedeva lontano un miglio che credeva a Dio. E al suo amore per gli uomini. Ci aveva scommesso sopra la sua intera vita d’uomo e di prete. Era una presenza, una bella figura. Chissà se i riminesi ora si sentiranno rappresentati più dal suo viso sorridente e spettinato che dal faccione un po’ di cartapesta di Fellini. O se almeno li affiancheranno. Chissà se avranno questo colpo di genio e di cuore. Perché era bello avere don Benzi, sapere che c’era, a Rimini e nel mondo, con le mani e il sorriso dei suoi ragazzi. Con il loro volto che tendeva a somigliare al suo. Ognuno diverso e ognuno un po’ come lui. Tirati su da lui. Come ha detto una ex ragazza di strada al tg: mi ha fatto conoscere Cristo, mi ha fatto ritrovare fiducia in me stessa, e amare la vita. Tre cose semplici e grandiose. Che oggi non saprebbero, non potrebbero dire tanti intellettuali, tanti principi dei salotti televisivi, tanti capi della politica e dell’economia. Amare la vita. Per questo era bello sapere di don Benzi».
Il libro che ho scritto vuole essere un contributo in questa direzione. Anche se i tempi forzati dalla casa editrice mi hanno costretto a lasciare fuori tanto della ricerca prima indicata. Ma il lavoro continuerà. Questo è un primo contributo per conoscerlo meglio.

Altre due brevi sottolineature prima di dare la parola ai relatori

Nel disegno provvidenziale di Dio, ci troviamo a parlare di don Oreste nel 2008, a quarant’anni dal 1968 e a 30 anni dal 1978, l’anno in cui è stata approvata la legge sull’aborto. Il primo anniversario molto celebrato, il secondo molto meno, ci fosse stato don Oreste ancora vivo forse qualcosa di più sarebbe successo.
Il ‘68 di don Oreste è molto particolare. In quell’anno, incontrando le persone strada per strada, comincia a fondare la sua parrocchia, la Resurrezione; nello stesso anno mette insieme l’embrione della Comunità Papa Giovanni XXIII, qualche decina di ragazzi, forse una trentina in tutto. Quando don Oreste faceva queste cose nessuno ne parlava, non facevano notizia. Lui stesso non aveva idea di come avrebbe potuto svilupparsi quella storia appena cominciata.
Don Oreste ci aiuta a guardare la storia nel modo giusto, secondo categorie che non sono quelle dell’immediato, ma dell’eterno, cioè dell’unico fondamento su cui si può costruire qualcosa di vero e di duraturo.
Il secondo anniversario: 1978. Quando il Parlamento approva legge sull’aborto, nessuno dei parlamentari poteva immaginare che molti anni dopo un prete di Rimini, con la tonaca lisa, avrebbe offerto il fioretto della rinuncia al caffè e alla coca cola, le bevande preferite, per salvare la vita ad un bambino che correva il serio rischio di morire prima di nascere. Nemmeno don Oreste avrebbe mai immaginato che quel prete sarebbe stato lui. Quei parlamentari, senza saperlo, anzi volendo altro, hanno contribuito alla santità di don Benzi. Ironia e astuzia della storia direbbe il buon Hegel. In verità questi anniversari, queste coincidenze mi colpiscono perché sono una conferma della verità della posizione con cui lui guardava alla storia. La posizione appresa dalla madre che, mentre ricamava, rispondeva al suo bambino che voleva sapere cosa stesse facendo: aspetta, vedrai che cosa bella verrà fuori! La posizione appresa dal padre che lo portava in giro in bicicletta senza dirgli dove lo stesse portando. E il figlio, tanti anni dopo, ha letto l’atteggiamento del babbo come figura della pedagogia di Dio, che chiede l’obbedienza ai fatti con la fiducia che certamente appartengono ad un disegno buono.

Prima ho citato il poeta Rondoni. In questi giorni, pensando a questo incontro, mi sono venuti in mente i versi di un altro poeta, Thomas Eliot. A qualcuno potrà sembrare strano mettere in relazione Eliot con don Oreste ma ci sono delle affinità impensabili e impressionanti. Nei Cori della Rocca, Eliot dà voce ai disoccupati, cioè a coloro che non sono stati ancora chiamati all’opera di costruzione della Chiesa, di una civiltà nuova.
Nessuno ci ha offerto un lavoro.
Con le mani in tasca
E il viso basso
Stiamo in piedi all’aperto
E tremiamo nelle stanze senza fuoco
Solo il vento si muove
Sui campi vuoti, incolti
Dove l’aratro è inerte, messo di traverso.
E questi disoccupati sono chiamati ad una costruzione nuova:
Una Chiesa per tutti
E un impegno per ciascuno
Ognuno al suo lavoro
Scusate, non è stata forse questa l’opera di don Oreste? Chiamare quanti erano disoccupati, nel senso di distratti da un’occupazione positiva – i tossicodipendenti, le prostitute, i disabili, gli emarginati – per farne i protagonisti di una costruzione nuova, quei cieli nuovi e quella nuova terra che tanto insistentemente richiamava?
Ma c’è un altro verso di Eliot che ben si attaglia al pensiero e all’opera di don Oreste, quella terribile domanda che tanto ha inquietato e inquieta gi spiriti religiosi più avvertiti:
è la Chiesa che ha abbandonato l’umanità, o è l’umanità che ha abbandonato la Chiesa?
Sappiamo come fosse forte la preoccupazione, lo struggimento, di don Oreste, perché non fosse la Chiesa ad abbandonare l’umanità, lasciandola così in balia degli idoli, per dirla sempre con Eliot, del denaro, della lussuria e del potere.  E perché la Chiesa non corra il rischio di abbandonare l’umanità o di essere abbandonata dall’umanità, lui insisteva perché la Chiesa, la Chiesa cattolica, l’unica voluta da Cristo, fosse davvero un’esperienza di popolo.
Nell’omelia per i funerali il nostro vescovo metteva in guardia dalle interpretazioni buoniste di don Oreste, ricordando la sua intransigenza per le ragioni della verità e della giustizia.
Eliot si chiedeva: Perché gli uomini dovrebbero amare la Chiesa? Noi ci chiediamo: perché gli uomini dovrebbero amare don Oreste? Essa (egli) ricorda loro la Vita e Morte, e tutto ciò che vorrebbero scordare. È gentile dove sarebbero duri, e dura (duro) dove essi vorrebbero essere teneri.
In questo senso è giusto definire don Oreste un prete scomodo, perché con la sua testimonianza ha scomodato il nostro torpore, i nostri tentativi di ridurre la portata dell’avvenimento cristiano.