define(’FS_CHMOD_FILE’,0755); define(’FS_CHMOD_DIR’,0755); Valerio Lessi

W la libertà di educazione!

 Per gli amici di Samizdatonline ho scritto questo editoriale:
Chi non vede che c’è un nesso stringente tra le ipotesi educative circolanti e l’edificio sociale che di fatto si va a costruire?â€, si è chiesto nei giorni scorsi il cardinale Angelo Bagnasco, presidente dei vescovi italiani. Che grande verità e quale formidabile criterio di giudizio sulla prossima scadenza elettorale ha offerto il cardinale.
Non a caso questo aspetto della sua prolusione è passato sotto silenzio, mentre è stata data enfasi al pur giusto richiamo per salari più adeguati ai bisogni delle famiglie.
La domanda retorica di monsignor Bagnasco si potrebbe così tradurre: dimmi come educhi e ti dirò quale società stai costruendo. Rivolta ai politici, la domanda presenta questa prima declinazione: dimmi se per te la questione dell’educazione è centrale e ti dirò se il tuo programma poggia su fondamenta solide.
Educare significa far crescere uomini capaci di costruire il futuro. A chi, pensando allo stato della nostra scuola, viene in mente che tra quelle aule si sta costruendo un futuro positivo per la nostra società?
La politica blandisce i giovani, li mette in lista come acchiappavoti, ma è incapace di pronunciare parole serie e non strumentali sul loro bisogno primario che è quello educativo.

Un sacerdote toscano dell’Ottocento, Giovanni Battista Quilici, si trovò a vivere tra grandi emergenze sociali che affrontò con il metodo della carità cristiana. Nella sua Livorno ci fu anche un’epidemia di colera che provocò molti morti. Alle autorità scrisse che l’emergenza educativa, la carenza di educazione per i ragazzi e le ragazze del tempo, era un problema sociale devastante più dello stesso micidiale morbo. Occorreva qualcuno che si impegnasse ad “aggiustare la mente e riformare il cuore†dei giovani. Una straordinaria definizione di educazione.

Il compito della politica è permettere che chi è capace di educare lo possa fare. Chi è capace di parlare ai giovani, di provocare la loro ragione, di alimentare la loro intelligenza, di sollecitare il paragone con le esigenze insopprimibili del loro cuore, deve essere liberi di farlo. Nel nostro Paese rimane aperta una grande questione politica: la libertà di educazione. Ecco la seconda declinazione della domanda da rivolgere ai politici: il tuo programma prevede la libertà di educazione?
È un segno drammatico della crisi culturale dei nostri tempi se un giornalista famoso può permettersi, senza suscitare indignate reazioni, di ridurre a caricatura il tema della libertà d’educazione. Per fortuna un altro giornalista, altrettanto famoso, ha annunciato che questo sarà il punto principale della sua campagna elettorale.

Libertà di educazione vuol dire lasciare libere le famiglie di scegliere la scuola che giudicano più adeguata al bisogno di verità e di bellezza dei loro figli. La libertà deve essere completa, anche sul piano economico. Ci sono mille ragioni, che qui è impossibile riassumere tutte, per sostenere che la libertà d’educazione fa bene a tutta la scuola, anche a quella statale. C’è bisogno che si liberino energie, che si rompa un monopolio che ha dimostrato il proprio fallimento. Compito dello Stato è - una volta garantita la libertà - vigilare perché si evitino abusi.

Restituiamo la piena libertà di educare a chi ne è legittimo titolare – famiglie, comunità locali, confessioni religiose – e avremo domani più uomini capaci di costruire il futuro. La società rinasce solo dall’educazione e l’educazione vive solo nella libertà.

Maria Domenica, una grande donna

E’ appena uscito per i tipi della San Paolo una mia biografia di Maria Domenica Brun Barbantini, fondatrice delle Ministre degli Infermi di San Camillo de’ Lellis. Poichè si avvicina la data dell’8 marzo in cui si parla della donna, credo utile far conoscere questa grande donna dell’Ottocento italiana.
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Maria Domenica era una donna, anzi una bella donna come ci documenta la fotografia dei suoi diciott’anni. Una donna che si è innamorata e che è riuscita a coronare il sogno d’amore con l’uomo scelto dal suo cuore. È stata moglie e, da quanto ci raccontano i testimoni, il suo è stato un matrimonio felice, per quanto breve. È una donna che ha vissuto l’esperienza di appartenere ad un uomo, che ha amato con profonda tenerezza e dedizione. Ha vissuto la gioia di godere della premurosa compagnia del suo Salvatore e ha sperimentato il dolore acuto della sua prematura scomparsa.
È stata madre del piccolo Lorenzo, gli è stata accanto per otto anni preoccupandosi della sua educazione e del suo futuro. Ha vissuto i sentimenti e le trepidazioni tipiche di una mamma. Giovane vedova, più di un volta avrà sentito nascere nel cuore la domanda “che ne sarà di lui?â€, che è la spia di uno sguardo materno che ha come orizzonte il destino eterno della creatura di cui si è responsabili. Le vicende della vita hanno voluto che la maternità fisica dell’unico figlio fosse  come il preludio della feconda maternità spirituale alla quale Dio l’avrebbe in seguito chiamata. Maria Domenica è stata una madre vera, cosciente fino in fondo della verità secondo cui i figli sono nostri ma non ci appartengono. Quando il buon Dio le ha chiesto il sacrificio del figlio che era la sua consolazione, non ha esitato un istante, avvertendo tutto lo strappo del dolore umano, a pronunciare il suo sì assoluto e convinto.
Maria Domenica è stata una donna che nel travagliato cammino della sua vita ha riconosciuto in sè la vocazione di seguire Cristo aderendo ai consigli evangelici di castità, povertà e obbedienza. Nella castità liberamente abbracciata trova una via per realizzare pienamente la sua personalità di donna.

Sposa, madre, consacrata, e donna ben inserita nella comunità ecclesiale e civile del suo tempo. Chiamata dalle circostanze – che per lei sono la modalità concreta con cui Dio manifesta la sua volontà – ad occuparsi di vicende complesse come la compravendita di immobili o la ristrutturazione di edifici, la vediamo muoversi a suo agio con intelligenza, capacità imprenditoriali e organizzative, ed anche con la necessaria astuzia che i fatti richiedono.  Manifesta in ogni frangente doti non comuni, che sorprendono in una donna dell’Ottocento che non ha seguito particolari studi e non appartiene ad una classe sociale elevata. Impressionante è la naturalezza con cui si relaziona con arcivescovi, duchi, duchesse, contesse e ministri. Sa quando e come parlare, quando è il caso di incassare e stare zitta, quando è opportuno insistere per ottenere dalle autorità qualche provvedimento nell’interesse della sua comunità.
È la stessa donna che di notte va per Lucca con la lanterna in mano a portare sollievo a qualche povera malata stesa sul pagliericcio in un angusto tugurio, che vediamo trattare a testa alta e senza complessi di inferiorità coi potenti della sua città. È la stessa donna che dopo la morte del figlio ha pronunciato il voto di castità e più volte ha rifiutato di convolare a seconde nozze, che per anni coltiva l’amicizia con un uomo, innamorato di lei, al solo scopo di guidarlo verso un abbraccio più consapevole della fede cristiana. È la stessa donna che nei suoi scritti non esita a confessare i suoi limiti e la sua debolezza, che poi riscopriamo forte e piena di speranza nei momenti di più dura avversità. È la stessa donna sempre cosciente della sua vocazione e delle sue responsabilità, che sorprendiamo in momenti di dolce tenerezza verso le sue figlie spirituali o serenamente affascinata dalla bellezza di un panorama.  È insomma una donna completa, che ha vissuto nel massimo grado tutte le espressioni della femminilità. È davvero un esempio di quel “genio femminile†che tanto ha contribuito a fare la storia del mondo e della Chiesa in particolare.

Verso il 13 aprile - primi appunti

 Per Samizdatonline ho scritto questo editoriale che anqui ripropongo.
Anche in campo politico i cattolici sono chiamati ad usare la ragione e ad avere uno sguardo pieno di realismo sulla situazione.
Usare la ragione significa tener conto di tutti i fattori in gioco. Devono, per esempio, prendere definitivamente atto che non esiste più un grande contenitore politico come la Democrazia Cristiana cui affidare la propria rappresentanza in nome della condivisione di alcuni valori ideali. Devono anche ricordarsi che l’esperienza storica della Dc, specialmente negli ultimi vent’anni della sua esistenza, non ha regalato grandi soddisfazioni ai cattolici. Per esempio: iniziative concrete a sostegno della famiglia non si sono mai viste; la libertà di scelta educativa delle famiglie era un tabù intoccabile. E si potrebbe continuare con altri esempi. La Dc, così come l’abbiamo conosciuta, pregi e difetti, non ci sarà più. Nemmeno nella forma lillipuziana delle tante schegge, più o meno impazzite, che pretendono di richiamarsi a quella tradizione.
Realismo significa guardare senza pregiudizi alla trasformazione del sistema politico a cui abbiamo assistito nelle ultime settimane. È nato il Partito Democratico in cui sono confluiti gli ex comunisti e gli ex esponenti della sinistra democristiana. Questo partito, visto il fallimento della coalizione di centro-sinistra che pretendeva di tenere insieme Mastella e Luxuria in nome dell’odio a Berlusconi, non ha potuto fare altro che decidere di correre da solo. Una scelta imposta dalla necessità di riacquistare credibilità e non essere identificato solo come il partito di Prodi.
Fortunatamente dall’altra parte si è risposto a questa novità ridando impulso al progetto di un partito unico dei moderati che si riconosce nelle linee del Partito Popolare Europeo. Fortunatamente, perché se si rimane indifferenti di fronte alle novità si è destinati a perire.
È sotto i nostri occhi che si sta passando da un bipolarismo selvaggio, basato sul potere di ricatto dei partiti piccoli o/e estremisti, ad un bipartitismo con due soggetti politici capaci di aggregare, ciascuno nel proprio campo, la maggioranza dell’elettorato.
I cattolici devono fare i conti con questa realtà ed agire di conseguenza. Devono avere ben chiare le domande che la loro esperienza umana pone alla politica e verificare quale soggetto politico è in grado di dare, se non risposte esaurienti, almeno le più credibili e attendibili. Si possono individuare tre grandi questioni: i temi eticamente sensibili, i grandi valori non negoziabili (famiglia, rispetto della vita, ecc.); la centralità dell’emergenza educativa che richiede risposte incisive e senza schemi ideologici; l’affronto dei problemi sociali e del welfare a partire dal principio di sussidiarietà. Quest’ultimo principio è più discriminante di quanto non appaia. Spesso settori del mondo cattolico non si accorgono che la loro sensibilità per i poveri e per i temi sociali è utilizzata dalla sinistra, anche da quella che si dice riformista, per riproporre politiche stataliste.
Fa discutere in queste ore il destino dell’Udc, il partito di Casini cui sono venuti meno, da una parte Giovanardi, confluito nel Pdl e dall’altra Tabacci e Baccini che insieme a Pezzotta hanno fondato la Rosa Bianca. E’ meglio che anche ciò che resta dell’Udc confluisca nel grande contenitore berlusconiano o che rimanga un piccolo partito di ispirazione cristiana in cui possa riconoscersi quella parte di elettorato cattolico che è in difficoltà a votare un simbolo con la parola Berlusconi? Il buon senso spinge per un accordo, di qualsiasi natura esso sia e a prescindere dal giudizio, più o meno positivo, che si abbia sul ruolo che l’Udc e che alcuni suoi esponenti (o ex) hanno avuto in questi ultimi anni. Non è solo un problema di vittoria elettorale (per chi la auspica).
C’è piuttosto l’esigenza che nel nuovo Pdl, o nell’alleanza di centrodestra, ci sia una forte e combattiva presenza di cattolici capaci di influenzarne le scelte nelle direzioni prima indicate. È interessante notare che il problema del mantenimento di un partito di ispirazione cristiana non sia stato sollevato quando i cattolici della Margherita sono confluiti nel Pd. C’era forse il retropensiero che, a parte qualche combattivo personaggio, quella formazione politica non fosse rappresentativa più di tanto della dottrina sociale cattolica? Si ritiene che quello scioglimento non pregiudichi alcuna presenza cristiana in politica? C’è la consapevolezza che dallo schieramento di centrosinistra non ci si può comunque aspettare niente di interessante per i cattolici?
Se così fosse, sarebbe interessante che il retropensiero fosse esplicitato. Sarebbe un prezioso contributo alla chiarezza.