define(’FS_CHMOD_FILE’,0755); define(’FS_CHMOD_DIR’,0755); Valerio Lessi

Presentazione biografia don Oreste Benzi

L’Associazione Papa Giovanni XXIII ha organizzato una settimana di iniziative per ricordare don Oreste Benzi ad un anno dalla morte avvenuta nelle prime ore del 2 novenbre 2007. tra queste iniziative c’è anche la presentazione del mia biografia Don Oreste Benzi - Un infaticabile apostolo della carità, uscita in libreria questi giorni per i tipi della San Paolo. L’appuntamento è per il 31 ottobre alle ore 21 nella Sala Manzoni di Rimini, che si trova di fianco al Tempio Malatestiano. Saranno presenti il vescovo di Rimini monsignor Francesco Lambiasi il successore di don Benzi alla guida della comunità, Giovanni Paolo Ramonda, ed i colleghi giornalisti Luigi Accattoli del Corriere della Sera e Lucia Bellaspiga di Avvenire.

Qui potete scaricare il programma completo delle iniziative.

Quilici: l’amore a Cristo crea una nuova civiltà

Per incarico delle Figlie del Crocifisso ho scritto la biografia di don Giovanni Battista Quilici, un sacerdote vissuto nella Livorno movimentata e cosmopolita di inizio Ottocento. E’ una figura ancora poco conosciuta ma che entra di diritto nella lunga schiera di santi sociali (il processo di beatificazione è ancora in corso) che hanno segnato l’Ottocento in Italia. Per certi tratti e per il suo deciso impegno in favore della liberazione delle prostitute ricorda molto don Oreste Benzi.

Riporto un brano delle conclusioni del libro.

Spesso dell’opera di don Giovanni Battista vengono sottolineati gli aspetti sociali. Indubbiamente è stato un uomo che ha dato un contributo straordinario all’elevazione culturale ed economica delle classi più umili; in tante sue iniziative (la presenza tra i carcerati, la redenzione delle prostitute, l’organizzazione del lavoro all’Istituto Santa Maria Maddalena, l’insistenza per l’istruzione delle ragazze e delle sue suore) balzano immediatamente agli occhi gli aspetti innovativi, sotto il profilo del progresso sociale e culturale, rispetto alla mentalità dominante del tempo. Non è, dunque, sbagliato affermare che Quilici è stato anche un riformatore sociale. Ma occorre però precisare che lo è stato <<di conseguenza>>. A lui interessava far incontrare gli uomini con la Verità e l’Amore che salvano la vita, che la rendono più umana. Proprio perché questa era la sua prima preoccupazione, inevitabilmente la sua sollecitudine si è estesa alle condizioni di vita concrete del suo popolo. Dal punto di vista metodologico è accaduto nella sua vita quanto ha caratterizzato la storia del movimento benedettino. I monaci che abbandonavano il mondo per ritirarsi in comunità normate dalla regola di San Benedetto (Ora et labora) non pensavano certo di contribuire a costruire una nuova civiltà sulle rovine dell’impero romano. Fatto è che pregando e lavorando, cantando le lodi di Dio e dissodando la terra, celebrando la liturgia e ricopiando gli antichi codici, i monaci benedettini furono gli artefici, quasi senza accorgersene, di una nuova civiltà.
Il Quilici riformatore sociale è espressione diretta del Quilici apostolo. L’amore a Dio e la sollecitudine per il <<caro prossimo>> lo hanno portato a pensare e costruire forme nuove di vita per l’uomo che, secondo il magistero di Giovanni Paolo II, realizzano la civiltà della verità e dell’amore. Nel suo pensiero c’era profonda unità tra l’esperienza religiosa e la promozione dell’uomo. Il valore e la dignità della persona umana trovano la loro origine ed il loro fondamento nell’amore di Dio, che si è fatto uomo, assumendo la condizione di servo e morendo sulla croce. L’uomo va accolto, amato, rispettato perché c’è un Dio che ha dato il sangue per lui. L’amore alle creature amate da Dio spinge inoltre a rimuovere tutte le situazioni – economiche, sociali, culturali – che impediscono all’uomo di esprimere pienamente la sua personalità. E in questo compito la fede cristiana, nonostante le filosofie laiciste e antireligiose del tempo predicassero il contrario, non è certo d’inciampo, anzi secondo Quilici è il motore principale.
Per i gravi e numerosi mali sociali che affliggevano la sua Livorno, egli invocava i <<soccorsi di civile e cristiana cultura>>, cioè il primato dell’educazione nella costruzione di una convivenza più ordinata e rispettosa della dignità umana. Più volte ha sottolineato che l’esito di una buona educazione religiosa e morale è <<un buon figlio, un cittadino responsabile, un uomo utile e vantaggioso alla patria e alla società>>. Oggi si può rilevare una sintonia straordinaria tra la coscienza che Quilici aveva dell’importanza dell’educazione (è arrivato ad affermare che la trascuratezza di questo era peggio del colera) ed il magistero di Benedetto XVI, che a più riprese si è soffermato sull’emergenza educativa che caratterizza i nostri tempi.
Dimmi a che cosa educhi e ti dirò quale società stai costruendo. Anche quando alle autorità proponeva i suoi progetti in favore delle donne schiave della prostituzione o sollecitava aiuti per le opere educative in favore dei ragazzi, non mancava mai di rimarcare che tutto ciò avrebbe avuto effetti positivi sulla convivenza sociale. Dal suo pensiero emerge con chiarezza che la società e lo Stato possono ricavare solo vantaggi dalla presenza di uomini educati dal cristianesimo. Non solo perché gli uomini religiosi tendono ad obbedire alle leggi e non tramano contro l’ordine costituto, ma soprattutto perché la pratica della fede cristiana li rende appassionati alla vita e al lavoro, capaci di intraprendenza, di creatività sociale, di relazioni stabili nella famiglia. In una parola, uomini così sono capaci di costruire il futuro e sono quindi molto utili alla patria.
Quilici usa spesso la parola patria in un’accezione che nulla ha a che vedere con un’ideologia patriottica di tipo risorgimentale. Patria non è lo Stato-nazione, è invece la città di appartenenza, è la comunità di vita, di interessi e di affetti in cui gli uomini sono inseriti. Don Giovanni amava la sua patria ed era proteso a far capire a tutti che la fede in Cristo suscita negli uomini questo amore. Probabilmente egli usava così di frequente la parola patria nel dialogo con le autorità per replicare ad uno dei luoghi comuni della mentalità moderna. Secondo questa mentalità, la religione e il cristianesimo producono uomini dimezzati, amputati nei loro desideri fondamentali, che, aspirando alla vita eterna e alla patria celeste, sarebbero quindi poco interessati alla vita dell’aldiquà e insensibili ai problemi concreti della patria terrena. Niente di più diverso dal cristianesimo proposto e praticato da Quilici. Per lui la fede forma uomini interi, aperti a tutti gli aspetti dell’esistenza; la Redenzione attuata da Cristo ha un’immediata dimensione sociale.

Don Oreste Benzi innamorato di Cristo

Pubblico un brano della Prefazione che Giovanni Paolo Ramonda ha scritto per il libro Don Oreste Benzi, un infaticabile apostolo della carità, che esce a metà ottobre dalla San Paolo. Il prossimo 2 novembre cade il primo anniversario della morte del sacerdote.

Il Gesù di don Oreste era una persona viva. Lui ci diceva sempre che Cristo non era un’ideologia, una filosofia, ma una persona vivente con la quale dovevamo entrare in relazione come innamorati che si cercano; ci invitava ad essere “non facchini di Cristo, ma innamorati di Cristoâ€. Ci indicava tutta una vita interiore fatta di relazione, di passar parola con Cristo sulle situazioni quotidiane della vita, sull’incontro con i poveri. Cristo veramente era il centro del suo cuore e lui voleva che diventasse il cuore del mondo.

È così, la sua passione era Cristo. E quindi la sua spiritualità era questa relazione viva con Gesù, povero servo sofferente, che prende su di sè i peccati del mondo, le sofferenze dei piccoli, dei poveri. Lui viveva veramente questa unione intima con Gesù, uno stare a cuore a cuore con Gesù. Ed era la sua forza, per poi andare in tutto il mondo, nelle varie realtà anche di frontiera, nelle discoteche, sulla strada, nell’incontrare i giovani là dove sono Il suo cuore era totalmente trasparente e la sua spiritualità si evidenziava in un sorriso che conquistava tutti, anche i nemici: anche chi non era d’accordo con lui veniva conquistato da questa genuinità, da questa purezza di cuore.

Lui ci ha insegnato che tutto è grazia, tutto è guidato dalla sapienza e dalla provvidenza di Dio, quindi anche le ostilità, anche le difficoltà, le contrarietà rientrano nel disegno, nella pedagogia di Dio. Anzi, Dio ci forma, ci forgia il carattere spirituale, l’identità spirituale. Anche il carisma della Comunità Papa Giovanni veniva forgiato da queste contraddizioni. Lui aveva un cuore sacerdotale, una grande tenerezza e misericordia, sapeva andare incontro alle persone e sapeva soprattutto valorizzare la parte positiva della persona. Quindi chi lo incontrava faceva emergere il bene che c’era in lui.
Questo senza trascurare il male che va - come ha detto anche lui  - non accomodato, ma eliminato alla radice.