Dall’orrore ad uno sguardo diverso
Un amico sacerdote, don Roberto Battaglia, mi ha inviato questa riflessione sul caso del barbone Andrea Severi a cui alcuni balordi hanno dato fuoco mentre dormiva sulla sua panchina a Rimini. E’ giudizio che condivido e che aiuta a guardare in un certo modo tanti fatti della cronaca che ci passano davanti.
Mentre alcuni giudici stanno discutendo se far morire di fame e di sete Eluana Englaro, altri uomini tentano di dare una morte ugualmente orribile ad Andrea Rizzo. Una giovane donna ammalata ed incapace di comunicare ed un uomo di pochi anni più vecchio di lei, anche lui isolato dal mondo. Qualcuno ha deciso che la loro vita non vale nulla. Due vicende dolorose e drammatiche, ma è ancor più disperata la condizione di coloro che ritengono queste due esistenze non degne e intendono cancellarle dal proprio orizzonte. Risulta in questi due casi evidente l’orrore generato da chi ha perso la stima per la persona, la persona in qualsiasi situazione si trovi e dimostra così di non amare più neppure se stesso. Perché è la mancanza di amore verso se stessi, è la prima radice della perdita del rispetto dell’umano che è nell’altro. Un umano, che neppure più si scorge. Non lo si “vede” più.
Da dove si può ripartire? Da uno sguardo che ci ridesti ad un’affezione per la nostra persona, come quello delle suore che vivono con Eluana, come quello di don Oreste dal quale gli amici della Casa di Betlemme hanno imparato a guardare Andrea come un uomo amato da Dio. Suorine come quelle rapite in Kenya o donne come la vedova del Brigadiere Coletta, il cui volto lieto in televisione continua a testimoniare la possibilità del perdono e permette di vivere l’anniversario della strage di Nassiriya nella dolcezza di un abbraccio di misericordia.
Abbiamo bisogno di qualcuno che ci dica: “Hai un valore più grande della tua malattia o della somma di errori e circostanze dolorose che ti hanno condotto a dormire su una panchina o a odiare la tua vita e quella degli altri”.
Ce lo hanno testimoniato al Meeting di questo anno, amici come l’ ugandese Vicky raccontando la sua rinascita grazie all’ incontro con Rose (volontaria che condivide l’esistenza dei tanti malati di Aids, tra cui vi era la stessa Vicky) o gli amici della cooperativa Giotto, detenuti nel Carcere di massima sicurezza di Padova ed ora, lì dentro, protagonisti di un’esperienza di libertà che stupisce e interroga.
L’umano rifiorisce da uno sguardo di stima su di sé, a partire dal quale si ricomincia ad amare la propria umanità .
Uno sguardo così lo si riconosce, è inconfondibile, come quello di Cristo: “anche i capelli del vostro capo sono contati”. E’ vero per Eluana, per Andrea, per chi vuole la loro morte, per ognuno di noi.
[...] Qui invece l’articolo di don Roberto Battaglia pubblicato dalla Voce il giorno dopo. [...]