define(’FS_CHMOD_FILE’,0755); define(’FS_CHMOD_DIR’,0755); Valerio Lessi » Quilici: l’amore a Cristo crea una nuova civiltà

Quilici: l’amore a Cristo crea una nuova civiltà

Per incarico delle Figlie del Crocifisso ho scritto la biografia di don Giovanni Battista Quilici, un sacerdote vissuto nella Livorno movimentata e cosmopolita di inizio Ottocento. E’ una figura ancora poco conosciuta ma che entra di diritto nella lunga schiera di santi sociali (il processo di beatificazione è ancora in corso) che hanno segnato l’Ottocento in Italia. Per certi tratti e per il suo deciso impegno in favore della liberazione delle prostitute ricorda molto don Oreste Benzi.

Riporto un brano delle conclusioni del libro.

Spesso dell’opera di don Giovanni Battista vengono sottolineati gli aspetti sociali. Indubbiamente è stato un uomo che ha dato un contributo straordinario all’elevazione culturale ed economica delle classi più umili; in tante sue iniziative (la presenza tra i carcerati, la redenzione delle prostitute, l’organizzazione del lavoro all’Istituto Santa Maria Maddalena, l’insistenza per l’istruzione delle ragazze e delle sue suore) balzano immediatamente agli occhi gli aspetti innovativi, sotto il profilo del progresso sociale e culturale, rispetto alla mentalità dominante del tempo. Non è, dunque, sbagliato affermare che Quilici è stato anche un riformatore sociale. Ma occorre però precisare che lo è stato <<di conseguenza>>. A lui interessava far incontrare gli uomini con la Verità e l’Amore che salvano la vita, che la rendono più umana. Proprio perché questa era la sua prima preoccupazione, inevitabilmente la sua sollecitudine si è estesa alle condizioni di vita concrete del suo popolo. Dal punto di vista metodologico è accaduto nella sua vita quanto ha caratterizzato la storia del movimento benedettino. I monaci che abbandonavano il mondo per ritirarsi in comunità normate dalla regola di San Benedetto (Ora et labora) non pensavano certo di contribuire a costruire una nuova civiltà sulle rovine dell’impero romano. Fatto è che pregando e lavorando, cantando le lodi di Dio e dissodando la terra, celebrando la liturgia e ricopiando gli antichi codici, i monaci benedettini furono gli artefici, quasi senza accorgersene, di una nuova civiltà.
Il Quilici riformatore sociale è espressione diretta del Quilici apostolo. L’amore a Dio e la sollecitudine per il <<caro prossimo>> lo hanno portato a pensare e costruire forme nuove di vita per l’uomo che, secondo il magistero di Giovanni Paolo II, realizzano la civiltà della verità e dell’amore. Nel suo pensiero c’era profonda unità tra l’esperienza religiosa e la promozione dell’uomo. Il valore e la dignità della persona umana trovano la loro origine ed il loro fondamento nell’amore di Dio, che si è fatto uomo, assumendo la condizione di servo e morendo sulla croce. L’uomo va accolto, amato, rispettato perché c’è un Dio che ha dato il sangue per lui. L’amore alle creature amate da Dio spinge inoltre a rimuovere tutte le situazioni – economiche, sociali, culturali – che impediscono all’uomo di esprimere pienamente la sua personalità. E in questo compito la fede cristiana, nonostante le filosofie laiciste e antireligiose del tempo predicassero il contrario, non è certo d’inciampo, anzi secondo Quilici è il motore principale.
Per i gravi e numerosi mali sociali che affliggevano la sua Livorno, egli invocava i <<soccorsi di civile e cristiana cultura>>, cioè il primato dell’educazione nella costruzione di una convivenza più ordinata e rispettosa della dignità umana. Più volte ha sottolineato che l’esito di una buona educazione religiosa e morale è <<un buon figlio, un cittadino responsabile, un uomo utile e vantaggioso alla patria e alla società>>. Oggi si può rilevare una sintonia straordinaria tra la coscienza che Quilici aveva dell’importanza dell’educazione (è arrivato ad affermare che la trascuratezza di questo era peggio del colera) ed il magistero di Benedetto XVI, che a più riprese si è soffermato sull’emergenza educativa che caratterizza i nostri tempi.
Dimmi a che cosa educhi e ti dirò quale società stai costruendo. Anche quando alle autorità proponeva i suoi progetti in favore delle donne schiave della prostituzione o sollecitava aiuti per le opere educative in favore dei ragazzi, non mancava mai di rimarcare che tutto ciò avrebbe avuto effetti positivi sulla convivenza sociale. Dal suo pensiero emerge con chiarezza che la società e lo Stato possono ricavare solo vantaggi dalla presenza di uomini educati dal cristianesimo. Non solo perché gli uomini religiosi tendono ad obbedire alle leggi e non tramano contro l’ordine costituto, ma soprattutto perché la pratica della fede cristiana li rende appassionati alla vita e al lavoro, capaci di intraprendenza, di creatività sociale, di relazioni stabili nella famiglia. In una parola, uomini così sono capaci di costruire il futuro e sono quindi molto utili alla patria.
Quilici usa spesso la parola patria in un’accezione che nulla ha a che vedere con un’ideologia patriottica di tipo risorgimentale. Patria non è lo Stato-nazione, è invece la città di appartenenza, è la comunità di vita, di interessi e di affetti in cui gli uomini sono inseriti. Don Giovanni amava la sua patria ed era proteso a far capire a tutti che la fede in Cristo suscita negli uomini questo amore. Probabilmente egli usava così di frequente la parola patria nel dialogo con le autorità per replicare ad uno dei luoghi comuni della mentalità moderna. Secondo questa mentalità, la religione e il cristianesimo producono uomini dimezzati, amputati nei loro desideri fondamentali, che, aspirando alla vita eterna e alla patria celeste, sarebbero quindi poco interessati alla vita dell’aldiquà e insensibili ai problemi concreti della patria terrena. Niente di più diverso dal cristianesimo proposto e praticato da Quilici. Per lui la fede forma uomini interi, aperti a tutti gli aspetti dell’esistenza; la Redenzione attuata da Cristo ha un’immediata dimensione sociale.

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