define(’FS_CHMOD_FILE’,0755); define(’FS_CHMOD_DIR’,0755); Valerio Lessi » Giuseppe Gemmani e la sussidiarietà

Giuseppe Gemmani e la sussidiarietà

Il 26 agosto al Meeting di Rimini è stato presentato il mio ultimo libro, dedicato alla figura di un imprenditore e politico, Giuseppe Gemmani, che ha lasciato il segno nella città. Con me c’erano il figlio Giovanni, attuale presidente della Scm Group, l’azienda fondata dal padre, e Giorgio Vittadini, presidente della Fondazione per la Sussidiarietà.

Il libro si intitola Giuseppe Gemmani- Una fede invincibile, una creatività operosa ed è edito dalla San Paolo.

Giuseppe Gemmani (1925-2006) è stato un protagonista degli ultimi 50 anni di storia di Rimini.
È stato protagonista non solo perché è stato uno dei soci fondatori della più importante industria del territorio e oggi leader mondiale nel proprio settore, non solo perché è stato uno degli uomini più rappresentativi della Democrazia Cristiana, non solo perché è presidente dell’Azienda di Soggiorno, dell’Associazione industriali, della Cassa di Risparmio. Insomma: non sono stati tanto i numerosi ruoli pubblici che lo hanno reso un protagonista quanto l’essere stato un uomo con un volto, con un ideale, un uomo capace di rispondere alle provocazioni della realtà.

Lavorare sulla figura di Gemmani è stata per me un’avventura ricca di sorprese perché al di là di qualche incontro personale in occasione del battesimo di qualche suo nipote, figlio di Marco e Cristina, amici miei da tempo, e oltre al fatto che ne seguivo le vicende pubbliche attraverso i giornali, posso dire che non lo conoscevo. Non ne conoscevo la storia personale, non conoscevo la sua formazione, non conoscevo i fatti che, come risulta dal libro, sono determinanti nella sua biografia.

Il libro non vuole essere un libro di storia, se con questo nome si intende una disciplina che segue una rigorosa metodologia scientifica, perché non è questa la mia competenza professionale; né vuole essere una biografia completa e definitiva, perché probabilmente continuando a scavare si troveranno in futuro altri documenti e altre testimonianze. Mi sono mosso con il metodo che conosco meglio: quello dell’inchiesta giornalista, che comunque va alla ricerca di fatti e testimonianze per comporre un quadro il più completo possibile. Mettendo insieme le tessere di un mosaico, ho cercato di costruire un ritratto di Giuseppe Gemmani, inserendo le sue vicende nel contesto della storia riminese.

Rimandando per il resto alla lettura del libro, mi limito oggi a sottolineare alcuni episodi della biografia di Gemmani che mi sono sembrati significativi e aiutano a vedere nella giusta luce la sua personalità.

1. L’educazione cattolica
Non si può capire Gemmani senza l’educazione religiosa e morale ricevuta da adolescente e da giovane nella fila dell’Azione cattolica di Rimini. Pippo Gemmani è figlio di quella storia, di quell’ambiente, di quelle amicizie che ancora non sono state adeguatamente studiate. Credo anzi che il libro, pubblicando pressoché in maniera integrale gli appunti di quegli anni conservati da Gemmani, possa essere uno strumento utile per chi vorrà ricostruire quella storia. La Gioventù di Azione Cattolica che ha educato Gemmani è quella che fino al 1946 aveva per vice presidente il beato Alberto Marvelli, intrepido testimone di Cristo e della sua carità, fino all’impegno politico, nella Rimini distrutta dalle bombe e avviata verso la ricostruzione, e che aveva, all’inizio degli anni Cinquanta, per vice e poi per assistente un sacerdote che si chiamava don Oreste Benzi. Anche solo attraverso i documenti dell’epoca conservati da Gemmani su quella Gioventù di Azione Cattolica si capisce che si trattava di un ambiente vivace, coinvolgente, un ambiente nel quale i giovani riponevano un reale investimento affettivo; non era appena l’associazione per il tempo libero. Nel libro ci sono molti esempi che documentano quanto sto dicendo. E ci sono anche alcune “chiccheâ€. È quanto mai interessante il giudizio che circolava sulla vittoria elettorale del 1948, alla quali tutti loro avevano contribuito. Ci si aspetterebbe un giudizio trionfalistico, rassicurante, in linea con quanto abbiamo appreso dalla storiografia ufficiale. Invece negli appunti conservati da Gemmani leggiamo: «Abbiamo combattuto sì per il 18 Aprile ma perché? Forse per spirito d’avventura, o per spirito di parte, ma quanti dei nostri giovani faceva ciò per la gloria di Cristo? E abbiamo vinto, ed ora che facciamo? Credete forse che basti avere in mano la leva della politica? Anzi, ciò può essere motivo per dover lavorare di più e meglio ora che siamo notati». E ancora: «Di fronte a tanta pazzia (negli appunti precedenti si parla del dramma della società moderna che ha respinto Cristo, ndr), sono necessari degli uomini decisi, le mezze misure non fanno per noi, il 18 aprile non serve a nulla, il male sta più in fondo. Gli uomini moderni hanno perso Dio, la legge. Non dobbiamo avvilirci, perché Cristo è con noi, ma non possiamo dormire. Se tutti i valori della nostra civiltà sono stati sovvertiti, se Cristo non regna più, noi siamo chiamati a ristabilire questo regno».
Come tutti i giovani, anche questi sono critici verso le generazioni cattoliche che li hanno preceduti: «Si erano dimenticati di essere uomini (sottolineato nell’originale, ndr). Cioè anzitutto gente che ragiona, poi che ha una carattere, una volontà, una decisione. È quello che vogliamo noi, via i colli torti, vogliamo prima degli uomini ed è così difficile trovarli». Come è spiegato nel libro è difficile capire se questi erano appunti originali di Gemmani o se erano la trascrizione di interventi che lui ascoltava nell’ambiente della Gioventù cattolica di Rimini. Certo è che esprimono l’ambiente, l’humus in cui è cresciuto.
Per Gemmani l’adesione all’Azione Cattolica era innanzitutto la partecipazione attiva al gruppo Sanges della sua parrocchia, San Gaudenzo. Un’amicizia che resisteva e si incrementava anche negli anni difficili e dispersivi della guerra. Assieme ad altri amici Pippo organizzò un sistema di catena postale per cui, mensilmente, ad ogni sfollato giungeva una lettera con le notizie della Sanges. Ed anche terminata la guerra, quando ciascuno di loro cominciò il proprio itinerario professionale, si mantennero in contatto, con alcuni si sviluppò un’amicizia che durò per tutta la vita.
Amici coi quali si confrontò per decidere quale doveva essere il suo futuro: tentare una prestigiosa carriera nella Milano della nascente industrializzazione o restare a Rimini per costruire posti di lavoro nella sa città? La risposta a questo interrogativo, che lo ha inquietato per alcuni anni, la conosciamo. Ma per conoscere fino in fondo la sua sensibilità e capire dove lo portava la formazione ricevuta all’interno del mondo cattolico è interessante leggere quanto scriveva nel 1953 a Wladimiro Dorigo, uno dei dirigenti centrali della Giac e in seguito leader della Dc veneziana. La lettera, nella quale esprimeva tutte le sue perplessità sulle riflessioni teoriche, anzi astratte per Gemmani, circa una vagheggiata terza via tra capitalismo e collettivismo, si concludeva così: «Perché insomma non dire ai nostri giovani diplomati, laureati, ecc. che posseggono buone qualità (e ve ne sono) che, anziché cercarsi una comoda cuccetta in una banca o in un impiego statale o privato che sia per incrementare un sistema non cristiano, e di là guardare come a un male cronico al problema della disoccupazione giovanile, occorrerebbe cercare di perpetuare quella solidarietà realizzata da Ju nella associazione, costituendo assieme ai suoi amici disoccupati una cooperativa o un qualcosa di simile. Sarà un sacrificio ma tutte le rivoluzioni vogliono i loro martiri».
C’è insomma l’invito a tradurre in un’opera concreta l’ideale e l’amicizia vissuta nei gruppi giovanili dell’Azione Cattolica.

2. Ricominciare a 57 anni

Finora chi ha parlato di Gemmani ha sempre messo in rilievo il contributo determinante da lui dato alla nascita della Scm qualche inventore-disegnatore de L’invincibile, la macchina per la lavorazione del legno che nel 1952 ha aperto una stagione di successi che continua ancora oggi.
Avvicinandomi alla sua figura mi è apparso ancor più sorprendente ed epico il Giuseppe Gemmani che all’età di 57 anni, quando tutti già pensano alla pensione e al godimento dei guadagni di una vita, si rimette in gioco e ricomincia da capo. E lo fa dopo aver subito, nel 1979, il primo intervento chirurgico al cuore.
Nel triennio 1981-1983 la Scm vive la crisi più drammatica della sua storia. L’azienda è costretta a chiedere la cassa integrazione per 520 dipendenti. Per capire la profondità del trauma, basti pensare che il lavoro alla Scm era considerato a Rimini più sicuro di un posto in banca o nell’ente pubblico.
A Gemmani fu dato l’incarico di risollevare le sorti dello stabilimento di Villa Verucchio. Per l’ingegnere tornare ad occuparsi direttamente delle macchine standard nello stabilimento di Villa Verucchio ebbe un effetto rivitalizzante dopo le preoccupazioni della crisi e la paura provocata dalla malattia al cuore. Fu una sorta di ritorno alle origini, alle macchine tradizionali, allo stile con cui era nata L’Invincibile. L’ingegnere si trovò a vivere una seconda giovinezza, ritrovò la stima dei collaboratori, risaldò il rapporto diretto coi dipendenti che negli ultimi anni era andato perduto.
Racconta nel libro un suo collaboratore: «Nel 1982, tornammo dalle ferie e trovammo in azienda l’elenco di coloro che erano stati trasferiti a Villa Verucchio. A Gemmani fu affidato l’incarico di risollevare quell’azienda. Anche l’ingegnere tornò dalle ferie e aveva in tasca tanti bigliettini, fogli di bloc notes a quadrettini da cinque millimetri dove aveva schizzato a mano, come gli piaceva fare, i disegni delle nuove macchine. Ci chiamò, eravamo quattro o cinque, e a ciascuno diede il suo compito. Lui era molto bravo a disegnare, lo faceva a mano libera, in scala 1/2 e i particolari in scala 1/1, e comunque nei suoi schizzi c’era già tutto ed erano di interpretazione facilissima. Disegnava le cose essenziali, le strutture, i gruppi motrici, e noi dovevamo riportare i suoi schizzi sul tecnigrafo. Cominciarono anni intensi, di grande lavoro, ma senza alcun peso, perché l’ingegnere riusciva ad appassionarti al lavoro. Lui era come un padre, ti dava il lavoro da fare, ti seguiva e ti stimolava ad esprimerti, non era ossessionato dalle sue idee. Aveva la grande capacità di far esprimere gli altri. Di fronte ai problemi, ascoltava, si rendeva umile, diceva la sua e poi portava le cose a sintesi, decideva. Aveva un entusiasmo formidabile, ci ha insegnato tanto e noi cercavamo di apprendere ciò che potevamo. In quell’azienda è stato compiuto un lavoro di rifondazione dalle radici, sono state riprogettate tutte le macchine e tutti i modelli. Eravamo arrivati a pochi giorni dalla fiera dove dovevamo presentarli e non ce la facevamo più. Ci disse: “Abbiamo preso questo impegno e dobbiamo realizzarlo fino in fondo perché se molliamo adesso ne va del nostro lavoroâ€. Ricordo che in fiera parlava personalmente con tutti i concessionari Scm per dare loro grandi iniezioni di fiducia. Spiegava loro come avevamo modificato le macchine, le novità che avevamo introdotto, i difetti che avevamo eliminato.
Tornati dalla fiera era molto contento. Disse che avevamo dato un grande segnale di rinnovamento, che avevamo dimostrato che la Scm c’era, stava rinascendo e adesso potevamo guardare al futuro. Da quel momento abbiamo cominciato a riprogettare nuovamente tutte le macchine per metterle in produzione».
Tutto questo a 57 anni.

3. Il testamento politico
Giuseppe Gemmani è stato il leader storico della Democrazia Cristiana di Rimini, consigliere comunale dal 1956 al 1985, segretario politico dal 1964 al 1970. Al di là degli incarichi, nel tempo aveva acquisito un’autorevolezza riconosciuta da amici ed avversari. Non diventò mai senatore o deputato perché quando fu il suo momento non esitò a farsi da parte per lasciare spazio alle esigenze di rinnovamento, che in quel momento, 1976, si identificavano nella persona di Nicola Sanese. Non cercò mai le poltrone o gli incarichi prestigiosi, ripeteva che doveva badare all’officina, cioè alla Scm. L’ha chiamata così fino all’ultimo, anche quando aveva migliaia di dipendenti e realizzava miliardi di lire di fatturato. Nel libro c’è un episodio curioso: l’invio a Roma, per ben due volte, perché la prima lettera era stata smarrita, della sua rinuncia alla presidenza della Fondazione Carim in favore di Luciano Chicchi.
Nel libro è ripercorsa con molti particolari e documenti inediti la carriera politica di Gemmani.
Credo che tra i tanti il documento più interessante sia quello che possiamo definire il testamento politico di Gemmani: una bozza di lettera del 1994 a tal Stefano che ho ritenuto di poter identificare nel professor Stefano Zamagni. Sono gli anni della crisi irreversibile della Dc, travolta da Tangentopoli, e della discesa in campo di Silvio Berlusconi, un personaggio non amato e non capito da Gemmani che in quella stagione politica si ritrovò accanto agli antichi avversari interni della sinistra democristiana. Ma non è questo il punto che qui interessa, anche se meriterebbe un approfondimento capire perché uno uomo con la storia e la formazione di Gemmani si sia ritrovato, dopo lo sfascio della Dc, su determinate sponde. La citata lettera è interessante perché il democristiano con quasi quarant’anni di militanza riflette sulle ragioni del declino della Dc e lo individua nel modo con cui il partito ha gestito il tema della finanza pubblica e quindi della fiscalità. Nel suo linguaggio nella sostanza dice che la colpa che ha favorito lo statalismo e la conseguente corruzione è la mancata attuazione del federalismo fiscale. E conclude: «Il vero grande errore della Dc che il Partito Popolare non dovrà più commettere è stato l’abbandono del principio di sussidiarietà e la conseguente creazione di amministratori irresponsabili che ci ha allontanato tutti i piccoli imprenditori, tutti coloro che basano le loro vite e le loro fortune sulla propria iniziativa, tutti coloro che percorrono l’Europa e il mondo e competono senza senso di inferiorità rispetto a tutti gli altri, con essi tutti quelli che campano del proprio lavoro e non dei favori del principe. Di qui si spiega il successo della Lega, un fenomeno che secondo me è stato visto solo sotto il profilo della protesta ma che ha dentro quel valore di cui abbiamo detto e che va recuperato.â€
È particolarmente lucido e profetico questo passaggio, anche perché in quegli anni il fenomeno leghista era liquidato dagli ex democristiani come protesta becera o banalmente come movimento che attentava all’unità d’Italia. Gemmani, con largo anticipo rispetto a tanti analisti politici di grido, vi vide invece la sommossa del popolo delle partite Iva contro una gestione delle risorse pubbliche sprecona e statalista. Ma ancora più lucida è la risposta che propone: la riscoperta del principio di sussidiarietà, cardine della dottrina sociale cattolica. Siamo nel 1994 e ancora non era nato quel movimento culturale che, partendo dall’esperienza della Compagnia delle Opere e approdando alla costituzione di una Fondazione per la Sussidiarietà, ha portato alla riscoperta appunto del principio di sussidiarietà come cardine di una convivenza sociale fondata sul protagonismo della persona e delle comunità. Credo che la lucidità di questo giudizio - il dramma dei cattolici in politica è stato perdere di vista il principio di sussidiarietà - sia sufficiente a rendere la statura dell’uomo Giuseppe Gemmani.

4. L’interesse per l’educazione
In questo ambito non è possibile non spendere qualche parola sull’interesse di Giuseppe Gemmani per la formazione e l’educazione dei giovani. Nella sede di Rimini dell’Università c’è una targa che ricorda i padri fondatori: insieme a quelli di Maria Massani e Luciano Manzi, non poteva mancare quello di Giuseppe Gemmani.
L’interesse dell’ingegnere per l’educazione e la formazione è documentato lungo l’arco della sua vita. Negli anni Sessanta è consigliere d’amministrazione dell’Istituto Alberti di Rimini. Quando nella scuole esplode il movimento del Sessanta, lo vediamo impegnato, nella sua veste di segretario della Dc, a capire in profondità cosa stesse succedendo. L’attenzione per la formazione delle giovani generazioni non poteva non manifestarsi all’interno dell’azienda. Negli anni settanta la Scm diede vita al CSR Training Center, che era una scuola per falegnami. Per tutti gli anni Ottanta e Novanta la Scm gestì questa scuola rivolta a studenti dei paesi in via di sviluppo.
La crescita di questa consapevolezza che lo ha portato nel 2001 a dare il via all’Operazione Comasca. Insieme a Vittorio Tadei, altra grande figura di imprenditore a Rimini, acquista la vecchia colonia che viene ceduta in comodato alla Karis Foundation di Rimini per farne la sede delle proprie scuole. Nel libro si racconta che l’ingegnere si mosse a questa decisione per la stima che aveva dell’esperienza educativa della Karis e dalla bellezza dell’edificio. Gemmani era un amante della bellezza: musica, pittura, architettura. Nel libro ci sono ampie documentazioni di questo.
Credo debba essere sempre adeguatamente sottolineata la grande apertura che l’ingegnere ha mostrato in questa occasione. Lui cresciuto alla scuola dell’Azione Cattolica, lui espressione di una formazione e cultura cattolica con una sensibilità diversa, lui che spesso non mancava di sottolineare perplessità su talune caratteristiche o persone del movimento di Comunione e Liberazione, non ha esitato ad investire in un’opera che si propone di tradurre in esperienza la lezione di don Luigi Giussani del Rischio educativo.
L’ex colonia Comasca è oggi un luogo di educazione, tra le sue belle mura si formano le generazioni di domani. È uno dei punti sui quali la città di Rimini può contare per il proprio futuro. Insieme alla Scm, che ha dato lavoro e stabilità a migliaia di famiglie riminesi, è il grande regalo che Giuseppe Gemmani ha fatto alla sua città che tanto amava.

Il libro è stato recensito da Il Sussidiario 

One Response

Leave a Reply