define(’FS_CHMOD_FILE’,0755); define(’FS_CHMOD_DIR’,0755); Valerio Lessi » Maria Rosa Pellesi, felice nel dolore e nella malattia

Maria Rosa Pellesi, felice nel dolore e nella malattia

La malattia e la sofferenza rappresentano sempre le circostanze più  drammatiche che una persona si trova a vivere.  Come affrontarle?  La testimonianza di suor Maria Rosa Pellesi è una delle più limpide e significative tra i cristiani del secolo scorso. Riporto un paragrafo tratto dal libro Una donna felice.

Ah, come è bello il mondo e come sono felice! (…)
Perdonatemi perché son troppo felice! Perché quegli ch’io amo, mi  ama, e di lui son certa, e so che mi ama, e tutto è uguale tra noi! E perché Dio mi ha creata per essere felice e non per il male e non per la pena.

Paul Claudel, L’Annuncio a Maria

 

Un “strano†caso di malasanità

Il 1955 non è solo l’anno della particolare “annunciazione†a suor Maria Rosa, non sarà da lei ricordato solo per l’incontro con il suo padre spirituale. Nel 1955, il 27 ottobre, accade un incidente. Al mattino, nel corso della toracentesi quotidiana praticata dal dottor Giuliano Rossini, si spezza l’ago usato per l’estrazione del liquido nel cavo pleurico. È un ago, lo ricordiamo, delle dimensioni di un chiodo. Al Pizzardi scatta subito l’allarme, i medici temono che il grosso frammento rimasto nella gabbia toracica possa ledere in modo irreversibile qualche organo vitale. Abbiamo la testimonianza quasi in diretta di ciò che passa per la mente di suor Maria Rosa in quel momento. Ferma, anzi immobile, sul letto, in attesa che i medici decidano sul suo destino, trova la forza di scrivere immediatamente a padre Martinelli. «Le scrivo con la mano un po’ tremante. Vede come sono debole? Sto aspettando per un piccolo (o grande) intervento chirurgico. Questa mattina, mentre mi si faceva la toracentesi, si è spezzato l’ago. Se riusciranno a toglierlo prima che tocchi qualche parte vitale, potrà andare bene, altrimenti… Mi sono abbandonata a Lui, mi fido di Lui e sono felice anche se tremo un poco. Non so se andrò al Sant’Orsola o se mi opereranno qui. Comunque, mi ricordi nella Santa Messa e mi offra tutta». Si rimane senza respiro a leggere queste semplici parole. Avendo già conosciuto l’eroismo di cui è capace suor Maria Rosa, suscita infinita tenerezza quell’umanissimo «anche se tremo un poco». Ma sono le parole immediatamente precedenti («Mi fido di Lui e sono felice.») che ci evidenziano le dimensioni della statura umana di questa donna: quelle parole le dice con un grosso ago in corpo che punta al cuore e minaccia di toglierle la vita.
I medici del Pizzardi, assente il primario perché impegnato in un concorso, decidono il trasferimento d’urgenza in un altro ospedale bolognese, il Sant’Orsola,  per l’intervento finalizzato alla ricerca dell’ago spezzato.  Anzi, per gli interventi chirurgici: poiché il primo, eseguito il 28 ottobre, non dà esito positivo, ne viene effettuato un secondo l’indomani, 29 ottobre. Ma anche in questo caso i tentativi dei medici risultano fallimentari. Suor Maria Rosa vivrà il resto della sua vita con quell’ingombrante e pericolosa presenza nel suo fragile corpo.
Uscita dalla sala operatoria, viene sistemata in camera con un’altra religiosa, una clarissa del monastero di Fanano, in provincia di Modena, assistita dalla sorella, suor Agnese Zanaboni, abbadessa nello stesso monastero. Grazie alla testimonianza di questa monaca («In lei ho visto la donna forte della Bibbia»), sappiamo qual è l’atteggiamento di suor Maria Rosa in quel doloroso frangente. «Un’altra impressione profonda – racconta – era quella di vederla seduta sul letto, ma sempre ritta senza appoggiarsi al cuscino; siccome ho visto che il camiciotto bianco post-operatorio era slacciato, io tentai di allacciarlo, ma essa, molto delicatamente, mi pregò di non farlo per paura che anche un piccolo movimento della sua persona  causasse uno spostamento dell’ago spezzato, preoccupata delle conseguenze per il medico al quale si era rotto. Per dimostrare quanto fosse preoccupata per il medico, arrivata l’autoambulanza per trasportarla al Pizzardi, pregò i barellieri di farle questo piacere: “Vi prego in carità, non fatemi adagiare, voglio restare seduta, ma state certi che non cadrò perché mi tengo aggrappata al lettino-barellaâ€Â».
L’incidente capitato a suor Maria Rosa oggi sarebbe trattato dai mezzi di informazione come un eclatante caso di malasanità: un ago spezzato, due interventi chirurgici falliti, ce ne sarebbe a iosa per riempire pagine e pagine di giornali, per sollevare polemiche e dibattiti. Certamente quel medico sarebbe portato sul banco degli imputati, anzi condannato dall’opinione pubblica prima ancora di avere la possibilità di difendersi. Con l’acuita sensibilità odierna verso le disfunzioni del sistema sanitario, sarebbe proprio il malcapitato paziente a intentare una causa per lesioni e per risarcimento danni. Suor Maria Rosa, al contrario, è preoccupata per il medico, non vuole che l’incidente gli procuri disavventure personali e professionali. Anni più tardi, quando la nipote suor Francesca Tosi le chiederà dell’episodio, la religiosa preferirà tacere e sorvolare, sempre per riguardo al medico.
Suor Teresa Pelliccioni, all’epoca madre generale della congregazione, saputa la notizia, prende il primo treno per Bologna. Ecco il suo racconto: «Giunsi a Bologna a tarda sera, alle ore 22, ed era già stata operata. La trovai seduta sul lettino dell’ambulatorio e mi accolse sorridente come sempre, dicendomi che non soffriva, che non aveva sentito molto dolore, ma che non era stato possibile estrarre l’ago. Io, tremante prima per l’improvvisa notizia, poi nel trovarla in quelle condizioni, la guardavo stupita senza sapere come parlarle. Fu lei a farmi coraggio e a dire di non pensarvi perché non era nulla di grave e non soffriva molto».
L’abbadessa Agnese Zanaboni ci offre altri elementi per un ritratto completo di suor Maria Rosa in quella circostanza. «Poiché era tardi e la cena era già stata servita, dovette attendere a lungo. Finalmente arrivarono la minestra e i cavoli freddi. Non avendo le posate, io le ho offerto quelle di via sorella, e mi sono anche offerta per riscaldare la minestra e il secondo. Essa, molto serenamente, non solo non ha accettato le posate perché ammalata di Tbc, ma non ha nemmeno voluto che le riscaldassi il vitto, dicendo che non aveva uno stomaco buono e che poteva aspettare le posate. Finalmente arrivarono ed essa tranquillamente consumò quel misero pasto freddo».
L’altro episodio raccontato da suor Agnese è una testimonianza sulla grande attenzione di Bruna Pellesi per gli altri. In camera ci sono altre  tre suore, una delle quali sordomuta. Sono appena state operate e quindi non stanno troppo bene. Suor Maria Rosa, che è nelle condizioni che sappiamo, trova una parola di conforto per tutte. La sordomuta suona ripetutamente il campanello perché ha bisogno di assistenza. Nessuno arriva, suor Maria Rosa vorrebbe muoversi ma non può. Quando arriva l’infermiera, con delicatezza e fermezza osserva: «Al Pizzardi non succedono questi ritardi». Non pronuncia una parola di rimprovero per l’ago spezzato nel suo torace, ma non tace quando è in gioco l’assistenza ad un’altra persona.
La suora sempre dolce e sorridente con passi da gigante capisce il senso di quello che le accade. Il 2 novembre scrive a padre Martinelli: «Se potessi dirle tutto, quante cose le direi. Sento Gesù e la Mamma tanto vicini. È infatti questa vicinanza che mi aiuta, che mi dà forza, coraggio, pace, gioia. Sento che Gesù mi userà tanta misericordia, mi tratterà con tanto amore, perché lui sa bene che, dopo tutto, il mio cuore è sempre stato suo, solo suo, tutto suo». Tre giorni dopo, è sempre sulla stessa lunghezza d’onda, quella di un’incessante dichiarazione d’amore a Gesù: «Preghi per me e dica a Gesù che voglio dargli tutto tutto tutto. Non badi se in questi giorni non riesco a dirgli nulla. Creda, padre, non riesco a pregare, riesco soltanto a dire “Gesù, grazie, Ti amoâ€, e basta. Alle volte mi pare che non sia contento, altre volte sì. Intanto frate corpo perde quota. Non sto a dirle niente, se mi vedesse…Solo la fede può sostenere».
Se con padre Martinelli si sofferma solo sugli effetti di quell’ago spezzato sulla sua vita di fede, a Frugolino, suor Margherita Bovina, racconta i particolari del calvario di frate corpo. È una lettera dell’8 novembre. «Mi hanno tagliato tre volte in largo e in lungo, ma l’ago se ne sta molto comodamente in fondo aspettando il comando di Dio. Ritornata al Pizzardi, hanno continuato a bucarmi per una settimana, poi si è aperta una parte del taglio, lasciando venire fuori un ruscello di liquido. Ora, con un cannello, tutte le mattine mi fanno un lavaggio, ma il liquido esce sempre anche durante il giorno e la notte, così faccio continuamente il bagno. Eppure, qui non è perfetta letizia, infatti proprio ieri mi sono accorta che, sotto al braccio destro, molto vicino al petto, c’è una piccola durezza che dà delle trafitture che mi fa pensare… a che cosa? Fiat! Amen! Alleluia!».
È impressionante con quale ironia e distacco suor Maria Rosa racconta di se stessa, dei mali che l’affliggono. La stessa santa ironia e lo stesso distacco emergono nella lettera che in occasione del Natale 1955 spedisce alla sua Frugolino: «Io? Hanno detto che sto facendo miracoli: dell’ago non se ne parla più. È scomparso nei meandri dei miei muscoli e le varie feritelle sono tutte chiuse ormai. Oggi, anzi, è il primo giorno dopo il 27 ottobre che mi hanno tolto le fasce e mi hanno messo il cerotto con una garza. Il liquido però è inesauribile e ogni giorno continuano a levarlo come prima. Sono un po’ magrotta, 44 kg, ma non si spaventi, ho un’energia che giocherei a palla».
Si può vivere così? L’esperienza di suor Maria Rosa dice che si può veramente vivere così, nella certezza che la misericordia di Dio conduce la nostra vita verso un destino buono. Per la Pasqua 1956 torna a scrivere a suor Margherita Bovina. La Settimana Santa appena trascorsa e la memoria del sacrificio di Cristo sulla croce le suggeriscono un’immagine: «La mia salute? Benone! Il pozzo è sempre pieno e ogni giorno deve essere vuotato. La lancia è sempre nel fondo, sempre ferma sotto la mano onnipotente di Dio. La febbre è calata un po’ questa settimana, prima passava spesso i 38 gradi. Appetito? Glielo dica il peso: kg 44. Il naso è come quello di Pinocchio, ormai. Ma Gesù è risorto e anche noi risorgeremo. Alleluia! Alleluia! Alleluia!». Nella lettera invita il 17 giugno 1956 torna sulla stessa immagine: «La mia lancia è sempre là e serve a tenere su la casa. Sono magra, kg 43, ma sono ancora un coccio servibile. Ride? Rido anch’io e anche Gesù sorride. Gesù è tutto per me e il mio cuore è pieno. Sono felice».

One Response

  1. Bellissimo!
    Appena riesco ne parlo anche nel mio blog! (naturalmente citandoti!)
    A presto!

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