define(’FS_CHMOD_FILE’,0755); define(’FS_CHMOD_DIR’,0755); Valerio Lessi » “I ragazzi non sono nostri, sono un mistero, noi educatori siamo inginocchiati davanti a una libertà.â€

“I ragazzi non sono nostri, sono un mistero, noi educatori siamo inginocchiati davanti a una libertà.â€

Educazione e libertà secondo Gabriella Ugolini

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Un po’ me l’aspettavo ma non credevo tanto. Da quando ho pubblicato il brano di Lella Ugolini su “I figli sono nostri ma non ci appartengono” ho visto che molti l’hanno cercato e letto, ed altri blog l’hanno ripreso. E’ il segno di una forte domanda sul rapporto tra genitori e figli e sull’educazione. Ho pensato quindi di regalare ai lettori un altro brano del libro. Questo non è uno scritto di Lella Ugolini ma, attraverso alcune testimonianze, ho ricostruito la sua posizione sul tema educazione e libertà. Buona lettura.

In questo itinerario sulle tracce del carisma educativo di Lella Ugolini ci siamo soffermati sulla sua concezione di educazione, sull’attenzione al percorso di ogni singolo ragazzo che le era affidato, sulla sottolineatura del ruolo e della responsabilità dell’adulto. Concetti e atteggiamenti che ha fatto propri meditando la lezione di don Giussani proposta ne Il rischio educativo. È arrivato il momento di introdurre una parola che è stata decisiva per l’esistenza di Lella e per la sua azione educativa: è la parola “libertàâ€. Non c’è educazione senza libertà: è questa una verità che ha una doppia faccia. Non c’è educazione senza libertà perché per potersi pienamente realizzare l’avvenimento dell’educazione ha bisogno di condizioni libere. Chi ha un’ipotesi esplicativa della realtà, deve poter avere la piena libertà di proporla alla verifica critica delle giovani generazioni; chi è generato da una tradizione deve poter avere la piena libertà di chiamare le persone a farci i conti, a confrontarla con le esigenze e le domande di oggi e verificare se essa è capace di rispondere in modo adeguato a quelle esigenze e domande. Questo deve avvenire senza costrizioni, limiti o indebite ingerenze da parte di chicchessia, tanto meno da parte dello Stato. E le famiglie, che hanno la primaria responsabilità educativa dei loro figli, devono poter avere la libertà di scegliere quella scuola, devono essere libere da qualsiasi condizionamento, primo fra tutti quello economico. È ciò che normalmente si intende per libertà di educazione, un traguardo che in Italia è ancora lontano, perché se è vero che è stata riconosciuta la parità giuridica delle scuole libere, introducendo un sistema nazionale d’istruzione del quale fanno parte a pari titolo scuole statali e scuole non statali, è altrettanto vero che ancora manca la parità economica e le famiglie vivono l’ingiustizia di contribuire con le proprie tasse al sistema nazionale d’istruzione e poi pagare una seconda volta con le rette versate alla scuola scelta per i loro figli. (…)
Se dunque questa è una faccia della verità secondo cui non c’è educazione senza libertà, non meno importante è la seconda, che chiama in causa lo stesso rapporto educativo. Ciò che abbiamo chiamato ipotesi esplicativa della realtà, o tradizione da verificare, è offerta alla libertà di chi deve essere educato. Emilia Guarnieri, oggi insegnante al liceo classico, che ha vissuto con Lella gli esordi delle scuole, esprime con una bella immagine uno dei capisaldi del carisma educativo di questa donna: “I ragazzi non sono nostri, sono un mistero, noi educatori siamo inginocchiati davanti a una libertà.†Se c’è un elemento su cui concordano le testimonianze di chi è stato vicino a Lella o semplicemente l’ha conosciuta, è questo: era una donna libera, era una donna che amava profondamente la propria libertà e quella degli altri. Non stupisce, quindi, se nella sua azione educativa, nella quotidiana azione di formazione nei confronti delle maestre e delle insegnanti, fosse costante il richiamo alla libertà dei bambini, dei ragazzi, dei giovani a loro affidati. Ci aiutano, anche in questo caso, gli appunti presi dalle maestre nel corso delle conversazioni con Lella o nei “mitici†collegi che duravano diverse ore, magari parlando esclusivamente del “caso†di un bambino. Partiamo da un appunto del 2 dicembre 1996: “Il bambino è già un uomo vero e non un mezzo uomo. Va guardato nella sua totalità, rispettando la sua identità. Amiamo e desideriamo che il bambino sia se stesso, non che diventi come noi. Questo fa crescere la libertà. (…) Il bambino nei fatti è già un uomo che va aiutato a venire fuori. Va amata, rispettata e aiutata a crescere la sua libertà. Dobbiamo essere interessati al loro destinoâ€. Una frase semplice, che indica però con grande chiarezza qual è lo scopo dell’educazione: è aiutare i bambini, i ragazzi, i giovani a trovare la loro identità, ad essere se stessi. In modo insuperabile Lella lo indicò con queste parole: “Aderire con commozione e devozione alla realtà dei ragazzi, favorendo quello che in essi più direttamente conduce al compimento della loro identità: questo è il compito dell’educatore; un compito, non un progetto; è una posizione del cuore più che una tecnica pedagogica. In questo modo non si manipola chi devi educare, perché nasce un rispetto profondo per il mistero profondo del “tu†della persona dell’altro.†Lella insisteva chiarendo in più occasioni che ciò può avvenire se si rispetta e si ama la libertà di chi deve essere educato. In un incontro delle maestre della scuola materna, avvenuto il 29 febbraio del 2000, pochi mesi prima della morte, osservava: “Io ho il pallino della libertà, non mortifichiamola, ma ricordate che la libertà è diversa dal lassismo, noi siamo contro lo spontaneismo, permettere loro di fare tutto, la libertà è un’altra cosa.†Era insomma sorretta dalla consapevolezza che il piccolo uomo cresce e diventa adulto, cioè capace di giudizio, di iniziativa creativa nella realtà, solo se la sua libertà è sollecitata ad aderire ad una proposta, a verificare nell’esistenza quanto sia ragionevole e pienamente corrispondente alle proprie esigenze e domande. Ma l’adulto può solo sollecitare la libertà del ragazzo, non sostituirsi ad essa. Una volta, per spiegarsi, fece l’esempio dei genitori che pretendono di risolvere le cotte dei loro figli adolescenti. Nel collegio delle scuole materne prima citato si era arrivati a parlare della libertà partendo dai problemi che nella scuola si verificavano al momento del pranzo. Una maestra chiede: “i nostri piccoli fanno tanti pastrocchi, come dobbiamo comportarci?†La risposta: “Non dobbiamo lasciare fare tutto, dobbiamo però insegnare tutto. Il giudizio si dà e la libertà si rispetta tutta. Quella dei bambini è piccola e va educata.†Cosa significa che la libertà va educata, sia per un bambino delle scuole materne che per un ragazzo del liceo? Significa che l’educatore è fermo nella sua proposta, che è pronto a ripeterla anche trecento volte ma non costringerà mai il giovane a seguirla. La ripeterà finché non scatterà la sua libera adesione. E gli errori, timore e tremore di ogni educatore? “Sbagliamo tutti, non è un problema, non scandalizziamoci. C’è una grandissima libertà nell’educare.†Rosella Bilancioni, vice preside della scuola media Spallanzani, ricorda un episodio emblematico della capacità di Lella di sollecitare la libertà dei ragazzi. Durante una settimana bianca era stato proposto un film, Momenti di gloria, che avrebbe dovuto incontrare l’interesse degli alunni. In realtà la proiezione era stata seguita con disattenzione e confusione. Al termine, Lella prese la parola e disse: “Adesso guardiamo un film che piace a noi adulti, un film che richiede attenzione, un film per persone che vogliono crescere. Chi vuole, se ne può andare.†Restarono tutti in silenzio fino alla conclusione. Commenta la professoressa Bilancioni: “Lella ci diceva sembra che non si può educare senza il rischio, senza sollecitare la libertà dei ragazzi, coi quali ci si deve giocare in un rapporto fino in fondo.â€
Quanto insegnava alle maestre, o consigliava ai genitori coi figli adolescenti, era la stessa posizione che teneva in famiglia nei confronti dei figli. Simone, oggi sposato e medico chirurgo a Bologna, aveva vissuto alcuni anni dell’adolescenza con l’atteggiamento di rifiuto dei valori trasmessi dall’ambiente famigliare. “La mamma – ricorda – favoriva l’incontro con il movimento, ma non si sostituiva a me. Era apprensiva per gli orari di rientro ma per il resto lasciava libertà. Più che parlare faceva vedere, faceva le scuole, le faceva per me. Valorizzava il mio aspetto ribelle, mi faceva capire che era umano. Non ricordo discorsi su temi del movimento, la proposta era ciò che era lei. Tuttavia nella nostra casa, non è mai mancata la correzione, lo stesso carattere deciso, irruente, che mostrava fuori, lo aveva con me.†Una mamma rimase sconvolta perché scoprì che il figlio adolescente le diceva bugie, assicurava che sarebbe rimasto in casa mentre lei era al lavoro, e invece usciva. Dopo aver confidato a Lella le sue preoccupazioni, si sentì rispondere: “Tuo figlio ti sta dicendo che anche lui ha la sua libertà.†Lella attingeva spesso e volentieri anche alla sua esperienza personale. Raccontava, per esempio, dei suoi anni all’università. La madre, parlando con le amiche, si diceva certa che la figlia alla nove di sera era sempre a letto. Non era vero, ma la mamma non le ha mai fatto, come si dice in gergo, la “scopertaâ€. “Eppure – commentava Lella – quell’atteggiamento di mia mamma era per me un giudizio.†Oppure raccontava del suo stupore per la figlia Lucia, che di fronte al rifiuto di un permesso per uscire la sera, non era più tornata alla carica.
Da questo amore alla libertà dei figli, degli studenti, deriva un altro atteggiamento fondamentale dell’educatore: la pazienza, il rispetto dei tempi di crescita di una persona, che sono sempre diversi da soggetto a soggetto. Ad una madre impaziente che avrebbe voluto vedere il figlio conquistare questo o quel traguardo, fare questa o quella cosa, soleva ripetere: “Dagli tempo, dagli tempoâ€. Ripeschiamo ancora una volta dagli appunti di un collegio delle materne: “Se un bambino non sta al momento dell’ascolto, lo lasci fare. Questo non vuol dire che non lo guardi, tu permetti queste cose. Il bambino sente queste cose, sente che sei tranquilla. Rispettate i suoi tempi, che non vuol dire non chiedere.†Nella testimonianza, già citata, di alcune maestre elementari, si legge: “Quando ci accadeva di preoccuparci perché o un figlio o un alunno seguiva vie contorte di cui non intuivamo l’esito, lei ci faceva notare quanto lui fosse bello e come fosse cresciuto. Ci aiutava a vigilare e a lavorare, ripetendo spesso due parole, pazienza e tempo. Lo sguardo nostro doveva essere meno possessivo e più certo del destino buono di ciascuno.â€

One Response

  1. [...] permetto di ricordare che questi temi erano diventati esperienza nella vita di Gabriella Ugolini, grande educatrice riminese, cresciuta alla scuola de Il rischio educativo di don Luigi Giussani. [...]

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