Don Oreste, un uomo vero
Questo invece il mio articolo che apparirĂ sul Corriere di Rimini di domani 3 novembre
Lo incontrai per la prima volta ad Alba di Canazei, nella Casa Madonna delle Vette, la struttura da lui voluta per favorire, nell’affascinante cornice delle Dolomiti, “un incontro simpatico con Cristo”. Era il 1971, avevo quattordici anni e non ero mai stato in montagna. Eppure dietro a lui, alla sua giacca a vento nera, percorsi, ramponi ai piedi, tutto il ghiacciaio della Marmolada, arrivando fino a Punta Penia. Con i campeggi per i pre-ju, cioè per i preadolescenti, ha fatto conoscere le Dolomiti a generazioni di giovani riminesi. Ma non era un’agenzia viaggi, portava i ragazzi in montagna perché le vette della Marmolada, del Piz Boè o del Catinaccio aiutassero all’incontro con Cristo. Per trovare i soldi necessari per costruire quella casa nella seconda metà degli anni Cinquanta andò anche negli Stati Uniti a battere cassa: il denaro glielo diede il cardinale Cushing, grande amico della famiglia Kennedy. In tasca aveva anche una lettera di Federico Fellini che lo presentava al mondo di Hollywood, ma non riuscì ad arrivarci perché il vescovo lo richiamò in Italia.
Sono episodi della biografia di don Oreste Benzi emersi nel corso delle avventurose conversazioni che ebbi con lui nell’estate del 1992, finite poi nella lunga intervista che è il corpo centrale di Con questa tonaca lisa, il libro che ha segnato l’ingresso di don Benzi nel mondo editoriale. Le ho chiamate avventurose conversazioni perché avvenivano prevalentemente di notte o in auto, quando i pressanti impegni di don Oreste lo permettevano. A volte mentre parlavamo era preso da irresistibili sbadigli; mi chiedeva cinque minuti di sonno, e poi si ripartiva con le domande e le risposte.
Negli anni Novanta lavoravo alla redazione del Messaggero, occupandomi prevalentemente di Chiesa e di questioni sociali. Don Oreste era uno degli interlocutori principali ed ogni volta che lo chiamavo mi inondava con un fiume di parole, tanta era la sua ansia di far arrivare al mondo intero il suo giudizio sui problemi del momento. “Facciamo un libro”, gli proposi.
Di don Oreste si possono dire tante cose, si possono scrivere libri (io ne ho appunto scritto uno), si possono elencare i numerosi ambiti di impegno in cui ha coinvolto la sua Comunità Papa Giovanni XXIII (dai tossicodipendenti alle prostitute, dai nomadi ai bambini senza famiglia), si possono ricordare le sue tante battaglie sociali (da quelle tutte riminesi come le occupazioni di via Acquario a quelle nazionali contro la schiavitù della prostituzione), ma in tutto questo non va perso di vista il punto centrale: don Oreste è stato innanzitutto un uomo vero. Se, come ha ricordato Benedetto XVI, don Oreste è stato un infaticabile apostolo della carità a favore degli ultimi e degli indifesi, questo è avvenuto perché il sacerdote sentiva l’urgenza di affermare Cristo come pienezza dell’umano. Don Oreste è stato un uomo vero perché ha fatto di Cristo il fondamento della sua esistenza, tutto il resto è stato una conseguenza. Ecco perché si poteva dissentire da lui per come affrontava certe questioni, per il giudizio storico sugli avvenimenti sociali e politici, ma nulla poteva incrinare la certezza di avere di fronte un uomo che il cristianesimo lo aveva preso sul serio. Ed era un cristianesimo autentico, ortodosso, senza concessione ai relativismi e ai modernismi del momento. Nella Tonaca lisa ha consegnato il suo grido di dolore per la Chiesa “assediata e disarmata”. Ma era un grido dettato dall’amore, perché la Chiesa tornasse ad essere un popolo consapevole dell’unicità della propria fede, perché i vescovi fossero apostoli capaci di accogliere i profeti e i carismi e non burocratici amministratori, perché la Chiesa reagisse alle sfide delle sette e dell’Islam.
L’ultimo incontro con don Oreste è stato ieri, nella camera ardente allestita nella chiesa della Resurrezione. Dietro all’altare, sulla bacheca, c’era una scritta per la liturgia del 1 novembre: siate santi. Uno legge la scritta, abbassa gli occhi e vede il corpo di don Oreste composto nelle sue vesti sacerdotali e con l’amato Rosario tra le dita. Una coincidenza che per chi crede è soprattutto un segno. Don Oreste Benzi è morto nella notte tra la festa di Ognissanti e la commemorazione dei defunti. E nel commento alla liturgia del 2 novembre aveva scritto: “Appena chiudo gli occhi a questa terra, mi apro all’infinito di Dio”. Tra la gente che da ieri affolla la camera ardente è spontaneo un commento: “Abbiamo un nuovo santo”. Sono anch’io convinto che noi riminesi da ieri abbiamo un nuovo protettore.
Al termine dell’intervista per la Tonaca lisa ebbi l’impudenza di chiedergli cosa ne sarebbe stato della sua comunità dopo la sua morte. Lui rispose con grande semplicità : “La comunità non è di don Benzi, la comunità è del Signore. Quando mi dicono tu sei il fondatore, io rispondo che ho paura di essere l’affondatore. Ciò di cui ho davvero paura è che dentro la comunità venga meno la profezia, che diventi istituzione. Abbiamo bisogno di profeti e di profezia.” Quasi un testamento spirituale.
